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L’estate ancora respira

Le sei di mattina. Fa chiaro, oltre il plexiglas, sopra di me. Chiaro non abbastanza… Sarà alba, vetro fume’, umidità del notte? No. È’ proprio coperto coperto.
Poi esco, in un fradiciume da brughiera scozzese, fossi stato mai in Scozia… So però quello che mi basta: la pescheria di La Cona, che sbatte le vongole una a una, mi aspetta. Famo 2 chili, per 8 persone. E i cornetti alla Casa del Dolce. La webcam di Ponza non offre speranze. Torno a bordo, faccio su è giù altre cento volte, tra spazzatura, e rifiniture di spesa, poi quando le ragazze sono pronte salpiamo, e sono le 9 passate.
La nave per Ponza rientra, suppongo per una avaria. Si sentiva il motore che non andava, in partenza, e lo avevo previsto. Mi spavento di me stesso, decido di tacere per il resto del weekend… senza parole.
Troviamo mare calmo, vento da levante, poco. Mi concede solo un miglio o due a vela, nei pressi di Palmarola. Qui accosto sulla Cattedrale, ancora in ombra quasi alla una… Poi proseguo per Cala del Porto, che ci concede un ancoraggio soleggiato e praticabile per molteplici attività nautiche, bagni, andata a spiaggia, raccolta sassi, spaghetto a vongole. Esamino doverosamente il fondale, per mezzo di maschera e tubo. Sulla sabbia, un prato di cozze, a gruppi di decine. Non me lo spiego, arrivo a pensare che siano morte, sovrappiù gettato da chissà chi. Alla fine ne stacco una e la ciancico sulla scaletta. Viva, come le occhiate confermano. Un vivaio del ristorante, forse, che però se la rischia a lasciarle così. Deve ringraziare che ho già le vongole!
Gli spaghetti vengono come dovuto, alla fine non resta neanche mezza vongola (erano poche? Il dna di mamma mi risveglia questi pensieri, ma lo mando subito a quel paese, che tanto i fuochi quelli sono e se la fai di più viene male e allora sì che avanza).
Quindi il mio atletico equipaggio si fa portare ai piedi dello Scoglio di San Silverio, dove in sabauda fila procede, ordinatamente, alla salita. Inganno l’attesa inutilmente pescando, ascoltando alcuni tuoni da est, osservando il nero che avanza, a stento trattenuto dal costone della cala del Francese. Ad Ovest, tutto chiaro. L’eterna lotta tra il bene e il male, tra il malo tiempo ed il sereno, simboleggiati e trascinati, oppure essi stessi causa o effetto, dal vento di levante e da quello di ponente, si rappresenta oggi davanti a noi. Quando prevale il chiaro, il vento arriva da ponente. Quando il nero avanza, la barca gira e mostra la prua a levante. Salpiamo che ormai siamo raggiunti dallo scuro, però i Faraglioni di Mezzogiorno sono ancora al chiaro. Quando calo il ferro, il sole scende un poco sull’orizzonte, tra i due grandi scogli, e oltrepassa ad ovest le nuvole. Sopra e’ scuro, ma intanto il pozzetto si illumina, l’ultimo bagno e’ un tripudio di chiacchiere e serenità, addirittura viene richiesto un giro in tender. Trovo la grotta dell’arco al meglio, col sole basso che entra, poi il grottone riscuote il suo doveroso omaggio, con l’ingresso in tender nel pertugio triangolare, stretto e lungo. Qui usciamo e sentiamo tre gocce a testa, in totale 15, ma quando arrivamo a bordo il nero e’ sparito e la barca e’ a Ponente. San Silverio ci ha fatto la grazia, senza negare le previsioni de il meteo: ha piovuto.

L’estate sta finendo

Ore 24. Senza Parole ascolta paziente chiacchiere parallele, voci che si sovrappongono, giovani amiche che si ritrovano. La mia barca ha questa capacità di mettere le persone vicine, faccia a faccia, che è il suo vero segreto. Al bando i pozzetti enormi delle barche moderne, ci vuole la giusta vicinanza per ricordarci la nostra natura sociale.
Io comunque sto di sotto, e scrivo al telefonino. Sette sconosciute, là fuori, festeggiano quella di loro che deve ancora sposarsi. Come me, hanno figli piccoli, matrimoni freschi, anche se ci passano 20 anni tra noi e anche se la più svampita mi ha chiesto il permesso, prima di darmi del tu.
Domani si salpa. Previsioni di pioggia serale, fisse li’ da giorni, non lascerebbero scampo, ma il mare pare buono, e quindi domani si fa acqua e vongole e si salpa, per infilare Palmarola, Tramontana, Porto e Mezzogiorno, poi si scende verso Ponza, con il sole in pozzetto speriamo, si cerca di sistemare la barca, far scendere le ragazze, e allora posso stare a bordo in pace o scappare in paese a cercare facce amiche. E il giorno dopo magari, Zannone, per un ultimo tuffo e annesso spaghetto coi capelli bagnati, e poi una corsa a terra per sbarcare le persone ospiti e sistemare la barca e poi lasciarla alle cure delle persone ormeggiatori. Che se si deve dire persone omosessuali, non vorrei mai mancare di rispetto ai miei amici del porto, specie a Tonino che magari mi legge pure.
Mezzanotte e un quarto. Tra poco mi mollano le cime che non stiamo a far dormire nessuno…

Ponente

I nostri vicini, nella notte a Palmarola, sono un vela sui 50 piedi e un grosso motoscafo. Non li vediamo ne’ sentiamo, eppoi alle 10 siamo a nanna. Anche stanotte la barca rolla, il vento strizza la catena, ulula tra gli oblò, fa vibrare le porte chiuse. Non è niente, la solita termica che cala solo quando dormi da un pezzo, penso. Poi però dormiveglio come sempre e questa termica non cala. Non è’ calata neanche quando all’alba mi alzo e esco sulla spiaggetta a firmare il mare come mio solito. Più tardi facciamo una passeggiata con il tender, andiamo verso Nord, fino punta Tramontana e oltre, e niente, ecco un bel ponente “di perturbazione” come si diceva una volta, con annessa onda che batte. Mi arrendo al fatto che stavolta Lamma ha bucato la perturbazione, saranno i prodromi del cattivo tempo di domani.
Altra notizia: sono entrate le ricciolette. Ne rilascio una buona per il sugo, pensando le seguenti cose: 1 – e’ ampiamente sottomisura 2 – tanto poi la pigliano gli altri 3 – si vabbè ma non ho tutta questa voglia di cucinare 4 – torna a novembre che sarai già da forno.
Poco prima di pranzo, salpiamo. Alzo randa, apro tutto il genoa, lasciamo l’isola in grande velocità, la barca sbanda abbastanza da rendere le nostre pappe acrobatiche a sufficienza da non ingrassare troppo con le gambe sotto al tavolo.
Poi, più avanti, cala appena e si trasforma in un piacevolissimo traverso verso casa.

Considerazioni nautiche dell’inizio del terzo millennio

La notte arriva presto, quando è settembre. C’è ancora luce mentre giro Gavi, il vento ha la solita ombra, ci gioco un po’ seguendo le sue rotte assurde, poi arrotolo il genoa e accendo. Più avanti, le mille luci di altrettante barche si confondono con l’abitato di Ponza, sconfinano a destra su Frontone, si puntecchiano al Core. È tardi, Daniel deve mangiare, siamo stanchi, ci sono le cavallette, insomma rinuncio ad un piratesco ancoraggio in porto, con discesa del gommone e cena a terra e propendo per un più vicino Core.
Appena comprata Senza Parole, ancoravo sempre al Core. Fondo di sabbia, tanto spazio, acqua pulita al mattino. Poi mi dissero che il Core ridossa meno di Frontone, che ridossa meno della rada di Ponza Porto. Vero. Al Core le raffiche di maestrale e ponente raddoppiano di intensità. Con il tempo, ho smesso di preoccuparmene, che so che l’ancora comunque tiene, ma sopratutto ho smesso di fermarmi qui.
Poso la Britany su 10 metri di fondo, calo 34 metri di catena e imbroglio gli anelli con un baffo di cima abbittata a prua. Faccio al buio, con la torcia cinese da euri cinque con le pile, che va molto meglio della Mag Lite da sbirro americano, e forse galleggia pure.
Dormiamo tra gli strappi della prua, ci svegliamo nella calma assoluta, poi piano piano entra un levantino di nessuna importanza, che però sottovaluto nel suo scassare il cazzo a livello di ondina. Confondo il mare che viene da lontano con le scie, pure importanti, intigno nel restare qui, aspettando la pace dell’ora di pranzo, che non arriva mai.
Concludo che al Core mai piu’, c’è qualcosa che non lavora bene in questa cala. Sarà la spiaggia che non smorza, la costa che rimbalza, le punte di scogli che escono poco, le barche che a un certo punto rallentano e invece qui ancora no, io che ieri notte mi sono messo bello fuori per stare tranquillo, ma posso serenamente concludere che “mi sarei dovuto sposta’ prima”, frase che ogni aspirante marinaio dovrebbe scalpellare in alto sopra al tavolo di carteggio.
A parte questo, o forse sopratutto per questo, la mattinata passa quasi tutta a terra, dove girelliamo, salutiamo, osserviamo il paese pieno come nel culmine della stagione. Incessanti traghi rivendicati da Vigorelli sbarcano moltitudini col trolley, tutti sono belli e felici, e così sia.
Solo dopo le tre, finiscono le scuse per non muoversi. Giro Ponza tornando sulla mia scia di ieri, calo una lenza importante, faccio finta di non essere a Ponza, inseguendo sulla carta nautica i punti buoni, come se ci fosse pesce. Crederci. Ma crederci non basta, sopratutto non funziona come in Sardegna, dove bastava calare nel punto giusto per tirar subito un dentice. Qui unisco 4-5 puntini: dopo due ore arrivo a Palmarola, avendo pescato veramente solo in quei 4-5 minuti sopra improvvisi cucuzzoli sottomarini.
Ancoro dove ancoro sempre, però anche oggi più a largo, m’ha preso questa ansia da rispetto della privacy altrui che non era da me. Invecchio. Maturo, va’!
Qui un tempo mi sarei stappato una birra per festeggiare la giornata finita e la barca sistemata, invece scatta il bagno con ciambella e la gita in tender, dove perlomeno impongo una cannetta. Arriviamo fino oltre l’Arco di Mezzogiorno, giriamo lo scoglio Cappello e ritorniamo con il carniere vuoto e un piccolo che inizia a scocciarsi. Allora, su la lenza, si splanicchi! Torniamo a tutta birra schizzando sull’acqua calma. Daniel fa la faccia seria di quando non ride e non piange: non vuol dare a vedere cosa pensa di tutto ciò. Prima che qualcuno chiami telefono azzurro, siamo a bordo. Adesso si, birra.

I matrimoni degli altri

Si riparte, un poco di malumore, sospesi tra spiaggia e mare, tra schizzi di acqua salata e ristoranti sul porto. È come se sapessimo, improvvisamente, che una vita e’ possibile anche a terra, dove ci sono persone, amici, relazioni, negozi e chiacchiere. Io pure ne sono attratto, ma me le godo meno se ho lasciato la barca aperta, pronta a navigare. Se mi sveglio e trovo una multa appiccicata alla macchina, se a terra non si riesce a trovare parcheggio.
Penso allora che il mare sia la soluzione, mi sbrigo, se parto entro le 17 forse arrivo con la luce, se però parto dopo comunque arrivo col buio e che fa, poi alla fine parti, ma ti fai sorprendere dal maestrale uscito da chissà dove che a Sabaudia non si vedeva, e una navigazione con riviste, pappe e pupi in pozzetto si trasforma nervosamente in qualcosa di un pelo più impegnativo, che ti spinge a 8 nodi e mezzo con solo poco genoa, a tirar su la cappottina, a chiudere tutto. Poi si calma, un poco, il vento.
Lei no.

Epilogus

Sotto il familiare profilo dello Scoglio Spermaturo, ci fermiamo qualche ora, tutti e tre in cabina di prua a riposare.
Alle 10 sento che qualcuno mi accarezza il braccio: il cucciolo si è svegliato. Pappa, bagno con ciambella, shampoo e via, si riparte, mentre la cala comincia ad affollarsi dei giornalieri. Navigare di giorno, fermarsi per i bagni mattina e sera, questa la ovvia scelta del velista per godersi agosto nei luoghi più belli.
Destinazione San Felice Circeo, poi auto, Anzio, Romolo, casa, lavoro. Ma ancora c’è tempo, per quello.

Traversata

Alle 8 salpo il ferro, posato a culo in una rara macchia di sabbia di Cala Spalmatore, Tavolara. In questo hotel 5 stelle assai economico abbiamo mangiato bene, goduto di piacevole compagnia, ammirato una luna piena giallissima, dormito nella calma di vento e di mare.
Ora, ci aspetta la traversata del mare. Cerco le ultime previsioni, sono sempre quelle di ieri, dannazione. Pazienza.
Metto la prua su Palmarola, fa sempre piacere leggere 144 miglia anziché 155 per il Circeo… Anche se poi ne dovrò aggiungere 21.
Metto su il motore a 2100 giri, vado a 6,2 di sog e 5,9 di log. La differenza tra queste due misure di velocità e’ la componente di corrente nella direzione in cui procediamo, in questo caso 0,3 nodi a favore. Da prendere con cautela nella sua misura, che il log potrebbe essere impreciso a causa dell’imprevedibile fattore di sporcamento della sua elichetta.
Fatto fuori con il fattore di sporcamento la metà dei miei pochi lettori, posso proseguire. L’ora prevista di arrivo, alle 9, e’ 07:19. Magara.
Il mare fuori Tavolara è ondulato, sembrerebbe, sia da Sud che da Nord. Sono lungo lo spartivento naturale, a Nord regna Ponente, a Sud il Mezzogiorno, termico o barico che sia. Questa di avere due venti entrambi favorevoli sembrava una buona notizia: adesso mi appare invece come garanzia di motore fisso.
Per il momento ho una brezza di poppa inferiore al mio avanzamento, tanto che la avverto da prua. Per questo avanzo senza vele su, mi risparmio lo sbattere della randa, sciaf, sciaf…
Verso le 10, dopo una bella calma di vento, intercetto il Ponente delle Bocche, che qui mi proviene da Nord.
Alzo la randa e srotolo il genoa, ora faccio 7,4 con un log di 6,9. I giri son saliti da soli a 2200, effetto trascinamento. Cosi arriverei a delle improbabili 4:33… Quasi in tempo per dare ancora e far finta che si sia solo andati a letto un po’ più tardi.
In realtà il mio approccio in questo casi è più conservativo: sono solo indeciso se immagazzinare miglia ora che si va bene, o trastullarmi con il vento, calando giri e risparmiando gasolio, che pure è una risorsa scarsa.
Alle 11 e un quarto, la pacchia è finita. Corrente zero, vento calato, OPA 07:12.
12 e un quarto. Andiamo a fatica sui 6 nodi. Le mie ansie sono rivolte al carburante, sono partito con già diverse ore motore sul groppone, contando di avere comunque vento. Sono abbastanza certo di averne comunque a sufficienza senza dover calare giri, ma sto pensando già a scali a Ponza con tanica di backup, o alla cattura di un paio di tonni da traino, cose che ci darebbero qualche ora in più di autonomia.
Alle 15, ho est-sudest 10-12 nodi. La randa porta, forse, ma per il genoa sono troppo stretto. Dubbio: perdere 20 gradi e fare vela? Ci penso, poi smetto di pensare e provo. Perdo 10 gradi e un nodo, però spengo, e mi sembra un buon risultato. Ora la prua e’ sul Circeo… Poi vediamo se trovo un buono più avanti, come peraltro comandato da Lamma.

Ore 17,30. Piano piano ho trovato il buono, ora riesco a fare prua 89, verso Palmarola che dista 90 miglia. La velocità e’ sui 7, ho mollato carrello e genoa per una navigazione un poco più tranquilla. La OPA dalle tragiche 14 di poco fa, ora è tornata intorno alle 7. Stima del vento 12-13 nodi, comunque un forza 4 e non 3. Spero giri ancora a darmi un bel traverso pieno.
Ore 19. Continua il buono, ora ho l’apparente a 60 gradi. Supero gli 8 nodi, la OPA e’ alle 5 di mattina! Sono un poco teso, ricontrollo Lamma, non dovrebbe continuare a crescere, anzi dovrei vedere arrivare del semi-ponente, forza 2. Ho messo comunque le scarpe!

Ore 20. Sono su un binario di corrente favorevole! Stimo 1,2 nodi.
S

Il vento e’ calato un poco, sempre più o meno sui 60 gradi. Qualche nuvola in cielo, ma spero poca roba.
Alle 21, motore. Il vento e’ calato, a vela facevo solo 3 nodi di log, le vele troppo poco gonfie con la maretta residua. Mancano circa 65 miglia.
A cena, abbiamo una coda di dentice (ieri tutto non entrava), che PJ contorna di patate e schiaffa al forno, ci tira su il morale. Poi addormento il pupo in cabina di prua e ci prepariamo per la notte fuori.
A mezzanotte, mancano circa 40 miglia. Il vento apparente e’ quasi assente, ma di bolina larga. Faccio velocità imbarazzanti, 7,5 nodi, con un filo di gas, sempre a causa di quella che i miei strumenti direbbero essere una corrente da 1,5 nodi. Ok, avrò il log sporco, ma anche ad occhio si vede che sull’acqua andiamo piano.
PJ va giù con il bimbo, io prendo una coperta e il timer da cucina. Tanto poi mi alzo random ogni poche miglia. La notte passa andando a vela e motore, la corrente piano piano ci lascia, alle 7 posiamo il ferro e andiamo a dormire, Daniel permettendo.