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Teorie e pratica dell’ancoraggio, all’Isola Piana e ovunque

16 agosto 2016

Discussioni interminabili, tra i velisti internettari, su due temi, tra loro interconnessi. Uno, quanta catena dare all’ancora, il cosiddetto “calumo”. Due, la distanza di rispetto tra due barche ancorate.
Più calumo dai, più l’ancora terra’. Ma contemporaneamente il tuo raggio di ruota, quando il vento girera’, aumenterà, richiedendo dunque maggiore distanza di rispetto dai tuoi vicini.
Fino alla fisica del fenomeno, tutti o quasi concordano. Quando si tratta di dare una misura, incominciano i guai. Le tesi prevalenti sono: calumo = 3 volte il fondale, anche 5, se si vuol stare tranquilli, per esempio se si vuol passare la notte. Distanza di rispetto = quella che fa stare sereno chi è arrivato prima di te, chi arriva dopo resta fuori.
Sembrerebbero due norme logiche, eppure basta venire qui all’isola Piana per vederle contraddette dalla esperienza comune, per fortuna.
Qui la densità di barche e’ tale, che di calumo se ne dà il meno possibile, con il catamarano a fianco ci si può passare una scodella di minestra, eppure nessuno si lamenta. Perché la vera regola fondamentale della convivenza e’ dividersi equamente lo spazio comune, fino a che si resiste. Se c’è troppa folla in una piazza, uno se ne va, anche se è arrivato prima. Difficile tenere lontani gli altri con il mezzo marinaio, a meno di non essere terroristi islamici. Quanto al calumo e ai famigerati moltiplicatori del fondo, io sommessamente osservo che il fenomeno non è lineare. Dunque su 2 metri di fondo dare 6 metri di catena non garantisce come darne 30 su 10 metri, o 60 su 20 metri o 300 su 100 metri. Se vomitate 300 metri di catena fuori dalla vostra prua, sarete abbastanza fermi pure se l’ancora tocca a malapena il fondo.
La regola del moltiplicatore non considera il peso della catenaria, e’ pura geometria che immagina il calumo perfettamente teso e che assume che oltre un certo angolo l’ancora spedi, cioè si sollevi dal fondo. Invece il peso della catena tiene giù il fuso, a patto di darne a sufficienza. Ecco che 3 volte il fondo, sui 3 metri dove sono ora e’ poco, appena sufficiente con tempo calmissimo e però doveroso per non spazzare l’intera cala alla prima rotazione, che stanotte è anche avvenuta. E con il Catana accanto, ora possiamo passarci il caffellatte su nuove mure.
Bando alle ciance di uno che si sveglia sempre troppo presto. La mattinata si presenta leggermente nuvola a sud, ma perfettamente piacevole qui. Il fondale bianchissimo e il fatto che tutti ancora dormano mi spingono alla azione. Parto in tender per fare un giretto, ma cambio subito idea. Maschera, tubo e pinne. Arrivo alla secca che separa le due rade, 50 centimetri. Qui mi fermo e realizzo la corrente che avevo a favore. A risalire uso tutte le mie forze, e’ quasi un nuoto stazionario. Vedo orate, saraghi, marmore, rombi. Poi mi amminchio a spostare l’ancora a nuoto, che il vento e’ girato e rischio di finire nel canale. Don’t try this at home. Infine, prendo a cercare roba di valore sottacqua: trovo un braccialetto tipo da uovo di Pasqua, due molle per i capelli, una pala da Sup, una maschera, una forchetta, però dello stesso servizio di quella trovata ieri, dunque piano piano mi farò il corredo.
Quindi spiaggetta con famiglia, in cui Daniel impara i primi rudimenti dello stare in piedi e sopratutto del tenere le palle a mollo ad agosto, molto importante.
Poi tento vanamente di contrastare l’idea di Tiger di andare a fare la spesa a Bonifacio: PJ e’ con lui e non c’è nulla da fare.
Copriamo queste 5 miglia ed entriamo nel famoso Fiordo. Trovo La barca del mio amico al molo di transito dei super yacht. Mi infilo accanto a lui, possiamo stare fino alle 14.
Spesa, shopping ma niente acqua per Senza Parole, l’unica cosa che veramente serviva. Qui la novità e’ che Tiger ha bisogno di tornare verso l’Italia per una riparazione. Secondo me differibile, ma inutile ragionare. Così i patti di visitare la costa Sud Est corsa insieme vengono vanificati.
Io però una visitina voglio comunque farla, dunque metto la prua verso Ovest, lui a Sud Est. C’è però brutto Ponente ed il cielo corso va coprendosi. Mmmh. Decido di proseguire perlomeno fino a Capo Feno, primo punto pescabile e anche luogo di discrimine meteo. Nell’attesa, pranziamo di insalata greca. Quando finisco, sono giusto pronto per calare, su 50 metri d’inutile sabbione, che poi diventano 40 di scoglio, poi 34, 35… Calo tutto quel che ho, e subito vedo passare dei pericolosi 28, 29… Accelero per far salire la lenza, chissà se basta.
Ma non faccio in tempo a saperlo. La canna parte bella veloce, la frizione era un po’ lenta rispetto a come la sto tenendo qui in Sardegna. Qui preferisco che sia dura, che se dai al pesce la possibilità di andare sul fondo, il combattimento finisce prima di cominciare, che il nylon si sfrega sugli scogli.
Stringo, recupero veloce, senza rallentare, poi impartisco un poco di curva a togliermi dalla secca, quindi mi lavoro il pesce curvando e rallentando, a tratti impoppando in folle di solo scafo, sui due nodi. Solo che questo pesce non aggalla, e continua a tratti a combattere.
Finalmente, spunta ai 40 metri, siamo pronti, PJ e’ già sulla plancetta, tiene il coppo come la Sharapova in attesa del servizio avversario, a due mani. Il pesce, gira, poi plana piatto, sembra fatta, e’ a 3-4 metri, quando il nylon, con uno schiocco che mi ferisce il dito, si spezza.
Lancio un urlo, ma il pesce e’ ancora a galla, fenomeno comune ai dentici che arrivano su con la vescica natatoria gonfia per la pressione. Lancio la canna di lato, sto per improvvisare una manovra che non ho neanche avuto il tempo di razionalizzare, sarebbe forse stata una retromarcia.
Sarebbe, se PJ, imperturbabile come sempre, non avesse preso per aria il moncone di filo giusto, come fosse una mosca, e seraficamente non se lo fosse portato a mano sotto bordo, per poi copparlo agevolmente. Una roba mai vista da che esiste la pesca. 4 kg tondi.

Adesso, posso anche tornare in Sardegna, in fondo qui sembra più scuro che li’ e non mi pare che il vento oltre il capo bonacci, anzi.
Faccio rotta su Spargi, una decina di miglia da coprire al gran lasco, poi via via più strette e poi di nuovo più larghe, secondo il tipico ventaglio degli stretti. Di solo genoa, supero i 7 nodi agevolmente.
Cala Corsara, secondo il mio fraterno sodale Tiger, e’ ridossata. Prima di ancorare avevo dei dubbi. Dopo, solo certezze. Il vento entra tutto, certo, interrotto da una bassa e corta linea di scoglietti. L’onda, in forma di chop aggressivi, pure. Sto dieci minuti solo per concedergli di averci pensato, poi mi innervosisco perché sono quasi le 7, c’è vento, nuvole, il bimbo piange, i piatti sono da lavare, il dentice da pulire e non ho ancora la barca a posto.
Quindi tolgo ancora e risoluto mi dirigo verso Porto Pollo, ancoro dietro l’isoletta nella cala più interna, e finalmente sto in grazia di Dio.

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