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5 – Da Castelsardo a La Pelosa

6 agosto 2014

L’ingresso in acque ristrette, dopo tanto mare, nasconde sempre delle insidie. La promessa di acque ferme, notti tranquille e chiacchierate in banchina, ha un prezzo. Per esempio, tirar fuori parabordi e cime. Sistemiamo tutto nell’avamporto, che l’onda di ponente si ingrossa parecchio nel famigerato ingresso di questo porto. Qui gia’ succede che alzo la testa e devo improvvisare una retro di rapina, che avevo la prua sospettamente diretta verso la massicciata. La manovra mi sorprende con lo sportello di poppa in mano, mi cade, rimbalza e finisce a mare. Non posso farlo andare a fondo, mi allungo tipo tira e molla e lo acchiappo di tigna con le unghie, salvandolo.

Mi danno un posto sul pennello piu’ sopravvento, bello largo. Il vento spinge in banchina, dunque quando vedo la situazione mi accingo ad allargarmi per bene per entrare con buon abbrivio in poppa. Mentre eseguo questa manovra preliminare, arriva il gommone della assistenza, che spingendomi sulla prua interrompe la rotazione, me la inverte e mi dice :" dai solo motore". Penso, ok, facciamo come dice lui, ed entro. Come allineamento, la manovra inizia che sono all’altezza del mio vicino piu’ sopravvento, dunque scontro il timone a far sfilare la poppa verso il mio posto. Qui accade qualcosa che capisco troppo tardi, la barca non sfila affatto, il timone non risponde, Senza Parole di fatto scade piatta con la poppa sul mio vicino, come se traslasse, pure avendo un bell’abbrivio, pure troppo, come s’e’ visto. Mi preoccupo di prendere le sue trappe nel timone, ma confido fino all’utimo nel riuscire a sfilare di poppa. Invece no. Il tizio mi sta spingendo la prua e la manovra che ho in mente e’ impedita. Quando decido di dare marcia avanti ed uscire e’ comunque tardi per impedire il contatto, prendo la sua Delta con il tubo del tendalino, che mi piega il balcone di poppa in modo orrendo.Ora Senza Parole ha le draglie mosce e il balcone piegato. Ho protestato al comando, alle nove manderanno uno del cantiere a vedere, spero rimedino in fretta e senza discussioni.

Chiamo l’amico Trixarc per sapere del raduno e scopro che il raduno siamo io e lui, per un attimo maledico il malinteso che mi ha portato a sfasciare la barca in un marina desolato. Ma è inutile piangere sul pulpito piegato, dice un vecchio proverbio di casa mia. Decido quindi non voler perdere il buon umore che mi contraddistingue e di godermi la serata.

Saliamo su al paese con un mitico pulman che ci risparmia la pettata, ceniamo in piacevolissima compagnia con una semplice pizza e birra per tutti. Castelsardo si conferma l’hub del souvenir sardo, se avete bisogno di corteccia di sughero o di montoni di pezza, è qui che dovete arrivare.

Al mattino, internittizzo la disavventura e ottengo sostegno tramite la rete spectre di Amici della Vela.
Alle nove si presentano il gommonauta pentito e un uomo con l’aria pratica e le mani giuste. Concordiamo sull’intervento, chiacchieriamo di isole, porti e mari lontani, diventiamo fratelli in un attimo. Massimo si immerge in anfratti di Senza Parole che solo io avevo esplorato finora, penetra nel suo intimo delicato e risoluto, a me pare strano per una volta di stare a guardare, chissà che non stia scoprendo un mio lato nascosto?

Sto diventando forse guardone? No, ma per una volta, stare dall’altra parte e lasciare un altro a sudare e imprecare non mi dispiace.
Quando osservo il risultato, capisco la delicata metafora del mio personalissimo Vate, Carlo il pizzetaro: "Nun te poi ncula’ una col cazzo de n’altro". Le draglie sono ancora mosce, il pulpito ancora piegato. Prendo i ferri, mi butto nella mischia e guido il gioco a sistemare un po’ meglio.

Finalmente alle undici siamo in grado di ripartire, il vento proviene da dove dobbiamo andare, come sempre, ma è una bella giornata dove l’onda lunga non ci impedirà di veleggiare comodi. Festeggio cambiandomi la maglietta, era quella che avevo da Roma, a me non sembrava sporca, ma dopo 5 giorni avevo notato che la gente si teneva sopravvento. La nuova purtroppo viene subito giubilata da una macchia d’uovo mentre preparo l’impanatura del filetto di tonno in crosta, una delle ricette che ogni tanto creo, con lo stesso spirito con il quale riparo la barca.

Prendete arachidi e anacardi. Pestateli perbene in un mortaio in pietra fino a che non assumono la granulometria della sabbia di Barbuda. Oppure martellateli con la moka fino a che non vi rompete il cazzo, ottenendo un mix di pezzi interi e polvere. Addensate con chiara d’uovo, separandola dal tuorlo, oppure se vi cade, fa niente, aggiugete farina per riaddensare un po’ la broda.

Rotolate un filetto di tonno nell’impasto cementizio, fino a che non si attacca bene a formare una crostona compatta.
Buttate il tutto su una piastra rovente e girate fino a che non assume l’aspetto di una pannocchia alla brace.
Servite in tavola, scansate la crosta che saprà di frittata di popcorn e mangiatevi il tonno che, quando è fresco, perdona anche gli chef pecioni.
La meta di oggi e’ la Spiaggia della Pelosa, distante 20 miglia ad ovest. Ancora a guadagnare ovest, passo dopo passo, controvento, meno male che mi so’ fatto il gennaker nuovo.
Ancoriamo che sono le cinque e mezza. Spero che l’acqua chiara consoli Giovanna di non vedere il paese, io dopo ieri non voglio tornare in porti dei quali non ho un buon ricordo.
Passeremo la notte qui, magari a Stintino ci andiamo in tender, sono due miglia e mezzo, manco poco, ma ho fatto di peggio, vedremo.

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