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Palmarola

28 luglio 2013

L’aria scorre libera, accelerando tra i Faraglioni di Mezzogiorno e l’Isola, increspando il canale, infilandosi infine dal passo d’uomo di prua di Senza Parole. Qui rinfresca l’umile scrivano e PJ, dunque esce esausta dal tambuccio a poppa.
Se normalmente si cerca un ridosso per la notte, nelle giornate piu’ calde il marinaio esperto s’espone alle correnti. La barca riposa nel giusto assetto, c’e’ un poco di beccheggio, ma non rollio.
Stamane giro a pesca, col tender. La zona buona e’ presidiata da un pallone rosso, ancorato. Quanto mi fanno incazzare quando lasciano il pallone ancorato. Poi pescano sereni, raggio 50 metri. Tu ti tieni pure il raggio 50 metri, risultato: rischi di trovartelo sotto l’elica.
Mi tengo comunque ben franco. Toccata pesante. Uhm. Fingo indifferenza e proseguo. Giro a largo, ma poi torno sul punto. Abbocca, inizio il recupero, quando ci sono quasi parte in fuga, porta via il filo con la frizione oltre lo strike, pericolo! Infatti, rompe e se ne va.
Penso e ripenso, mi sa che non era una ricciola. Sara’ stata la solita aluzza, magari piu’ cicciottella delle ultime.
Poi riprovo, torno con pj. Il gommone del sub non c’e’ piu’. Ma le tracce si vedono: una cernia super baby a galla, trafitta, uccisa e abbandonata. Ecco le prede di questi prodi! Vili!
Quanto a noi, non c’e’ pericolo: cambio esche, giro, rigiro,ma niente, e’ chiaro che la giornata e’ finita. Ci spostiamo sul lato Ovest di Palmarola, nella Cala Senza Nome, quasi deserta. Bel fondale di sabbia, acqua chiara, il passaggio e’ piu’ a largo, tollerabile.
Dopo pranzo non si muove una paglia, PJ sta per collassare, allora la prendo e la porto in tender allo Zoo. Che sarebbe la Cala del Porto, anche detta er Francese dai piu’. Arrivando da fuori, il muro di barche copre spiaggia e ristorante. Ogni sorta di naviglio, dal Tripesce al motoryacht di 40 metri. Giriamo tra le gabbie, osservando gente che mangia accalcata sotto il poco d’ombra procurato dal bimini. Lo scarico delle cafoniere produce esseri caracollanti sulle pietre della spiaggia, incolonnati verso il ristorante. I barcaroli pranzano assieme, tagliando il filone tenendolo in mano e dietro alla plancia di comando.
Poi rientriamo lungo costa, qui alcuni provvidenziali scogli affioranti tengono le barche lontane, e’ una oasi di pace, nessuno s’avventura.
Muoviamo l’aria tramite Yanmar, levando ancora e incamminandoci a pesca. Un po’ di aria si alza, in poppa, abbastanza per srotolare il genoa. Il pensiero gia’ e’ per la traversata prossima, le cose da lavare, quelle da sbarcare (l’olio Iosso, soppiantato dal Nanoprom e alcuni libri letti). Ho voglia di partire, di panorami nuovi, del relax dei tempi lunghi.

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