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Verso Ventotene

5 gennaio 2013

30 dicembre 2012

L’ormeggio all’inglese rivela tutti i suoi limiti da mezzanotte in poi. S’e’ alzata un po’ di risacca da Levante, in porto a Ponza, e le bitte tirano, le cime gemono, i parabordi sfregano, i coglioni girano.

Mi alzo, sistemo qui e la’, veglio un poco, controllo che cosa diceva Lamma (in effetti un baffetto di E4 lo dava, a veder bene). Mi rimetto a dormire, ma resto in ascolto. Ho messo due spring molto corti, entrambi sulla bitta di mezza nave. Non va, strappano troppo. Mi rialzo, prendo un paio di cime e metto due spring lunghi quanto la barca, sulle bitte di poppa e prua. Meglio. Poi deve essere un po’ calato, che si dorme difilato fino alle sette e mezza.

La consegna di Circomare Ponza e’ di mollare per le otto, cosi’ mi ancoro in rada e mentre PJ fa colazione mi dedico ad uno dei tanti lavoretti in lista, sostituire l’antenna GPS. Passo il nuovo cavo senza intoppi, finalmente il cartografico in carteggio evolve dal punto nave di Porto Rafael dell’agosto 2011 e mi posiziona correttamente indove che sto veramente.

Ora di andare a pesca! Provo le passate davanti al porto, nulla. Dopo poco, decido di muovere per Ventotene. Incidentalmente, incontro per strada uno scoglio isolato, attorniato da fondali profondi ma insidiabili. La Botte. Vuota.

Proseguo, s’e’ levata una brezza che parmi al traverso. Su la randa (PJ ordina una lezione di Teoria delle Cime per stasera), fuori il genoa, le tele bianche respirano un po’ d’aria fresca. Poca, pero’, e dannatamente troppo in poppa per tenerle gonfie. Mi maledico per non aver giocato la carta gennaker, 8 nodi al gran lasco, its own death (la morte sua).

Frattanto, PJ scalda la zuppa di lenticchie, alle 13 spengo lo yanmar, rubo 15 gradi alla rotta vera e scendo giu’ per la pappa.

“Daje Gianlu’, co tutte ste lenticchie che se semo magnati, se l’anno prossimo nun famo i sordi, vedi che te faccio!”. Questa e’ PJ ora, dopo un anno che mi frequenta parla come Ruggero De Ceglie, ci vorra’ uno stage dalle orsoline per renderla nuovamente presentabile.

Lentamente, ma con il sole che scalda in pozzetto e poco vento apparente a disturbare, arriviamo a Ventotene. Ne  costeggio il lato Ovest una volta, due, tre. Poi rimbocco la tela dentro, e preparo la barca per entrare al Porto Romano.

“Adesso ti spiego la manovra: entriamo di prua, ci appoggiamo ad una barca piano piano, se serve diamo volta alle sue bitte e poi con calma prendiamo il corpo morto.” Facile, no?.

Entriamo. PJ a prua sbianca: zero barche! in effetti alberi non ce n’era, vabbe’. Per fortuna ci sono due ragazzi locali, mi faccio dare una mano, metto due cime a terra, due corpi morti, la palanca per scendere.

In paese e’ tutto chiuso, ma il baretto in piazza raccoglie il gotha dell’intellighenzia locale (Benito ubriaco) e qualche turista, che pare strano ma c’e’. Botta di vita: due the al limone. Poi pero’ si torna a bordo che tutta questa gente mi confonde.

Ventotene-20121230-00039

 

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