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L’imperatrice di Portugallia

5 agosto 2012
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4,45. Sono sveglio da un pochino. La cuccetta di prua ha sopra il passauomo, semichiuso, che senno’ da prua entra parecchia aria. Guardo il mondo dall’oblo’, mi annoio un po’. Guarda la luna, quanto e’ piccola? nun po’ esse… E’ una stella grandissima! Seee… Fa’ vedere, un po’… Mi tiro su con un dubbio, la testa di fuori. Sotto la luce, troppo grande per essere stella e troppo piccola per essere luna, c’e’ un albero, sotto l’albero, la barchetta anni 70 che mi stava a prua. Ora scorre a tipo 1 nodo a fianco a Senza Parole. Gli ha mollato l’ancora.
Corro fuori: “Ehi! C’e’ nessuno a bordo?” Strillo piano per non svegliare mezza rada. Esce subito il comandante in canotta. “Si sta muovendo” osservo.
“No no, e’ da oggi che sto qui”. “L’ancora le ha mollato” riprovo. “Ma no! Sto fermo” dice allontanandosi verso Palmarola.
Lo sento biascicare ancora qualcosa ma oramai e’ fuori portata di voce, diretto ad Ovest, poppa avanti. Piu’ tardi sento il verricello azionarsi, ma sono gia’ nuovamente in branda, a fissare l’oblo e a scrivere il mio diario.
Mentre il sole si alza, finisco un libro, L’imperatore di Portugallia, scritto nel 1909, ambientato nella Svezia rurale di meta’ Ottocento, triste che inizia con una nascita e finisce con due funerali. Mi maledico per la scelta, sempre colpa del libraio di Ventotene, adesso mi ci vorra’ un secchio di cocaina per tirarmi su. Intendiamoci, bello, eh! bel libro, ma certi lacrimoni…
Poi mi dedico ai lavoretti: autopilota. Ieri ho pensato di smontare il display dal pannello, per una smucinata piu’ scientifica, volta ad isolare il falso contatto. Dopo solo tre porcoddena, il lavoro e’ fatto, solo che adesso funziona e quindi la cosa finisce qui, per il momento.
Gommone. L’ho trovato troppo moscio, stavolta. Ci deve essere un buco sul paiolo e uno sui tubolari. Il primo lo trovo, e’ ancora quello del testa di minchia di vicino fumatore di Ventotene, la toppa tiene male. L’altro no, nonostante con PJ lo riempia d’acqua mentre con la maschera guardo anche sotto.
Nel frattempo, a Lucia Rosa arrivano tutti quanti i motoscafi del Tirreno, proprio tutti e tutti cosi’ beoti da subire il rollio delle loro stesse scie quando provano ad ancorare.
Quando arriva l’ultimo, decido che basta, mi muovo. L’umore migliora sotto uno scirocchetto sottovento a Ponza, con acqua piatta. Passato il ridosso, c’e’ aria, fresco, il mare non si sente, PJ dorme e a volte anche io, verso casa.

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