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La Costa Concordia e’ in buone mani

25 gennaio 2012
Neri

(AP Photo/Pier Paolo Cito, http://www.ilpost.it/2012/01/25/costa-concordia-le-foto-di-oggi-10/small_120125-002044_to240112est_16871/)

Conobbi la Ditta Neri nel 2003. Avevamo riparato a Livorno durante una traversata da Viareggio a Capraia. Mare brutto, molto mal di mare a bordo, poggiammo per cercare ridosso e d entrammo nel porto commerciale di Livorno. Ormeggiammo accanto a questa flotta di rimorchiatori, neri di vernice e Neri di nome. I mariNI, gentili, venivano ad avvertirci prima di mollare, che le le loro eliche facevano bollire il mare dentro al porto e soffrire i nostri cavi di poppa. Eppoi eravamo accanto a Francesca Neri, una cosa che ci piaceva raccontare per far credere qualcosa di diverso.
Poi, li incontrai nel 2010 davanti agli Zirri, a lavorare una settimana per rimuovere un motoscafo incagliato.
Insomma, quando ho letto della Concordia, ho pensato: adesso arriva la Tito Neri e la porta su. E mi ero anche preoccupato quando avevo sentito dell'incarico alla Smit: chi sono questi olandesi? poi pero' si sono affrettati a dare le operazioni di recupero alla Neri, sicche' oggi il pontone "Meloria" fa la sua bella mostra davanti alla povera nave e io sono sicuro che questi la riporteranno a navigare. Del resto gia' dal famigerato venerdi 13 la Algerina Neri era stata chiamata a mollare gli ormeggi dalla Capitaneria di De Falco… e' gente con una bella storia alle spalle come si legge sul loro sito e che qui voglio riportare:

A Costante Neri (1863-1932) si deve la fondazione della attività marittima aziendale, come testimonia il carteggio in data inizio 1900 con le Regie Capitanerie di Porto di Livorno, Portovecchio di Piombino – Baratti, Viareggio e Portoferraio. L'attività comprendeva principalmente il recupero di navi goletta e piroscafi sinistrati in secca o affondate lungo il litorale toscano e il rimorchio via mare di navicelli e bettoline cariche di carbone e altri materiali alla rinfusa. Il 28 giugno 1888 nasceva a Livorno Tito Neri, il quale diede naturale prosecuzione e determinante espansione all'impresa marittima che porta ancora oggi il suo nome. Iniziò a lavorare all'età di sei anni, quando aiutava il padre Costante nella realizzazione delle “ coffe “, ceste di vimini utilizzate per scaricare il carbone dalle navi. Ancora giovanissimo, incurante delle avverse condizioni meteorologiche, usciva dal porto di Livorno a bordo di piccole imbarcazioni per andare incontro ai velieri e alle navi a vapore che si avvicinavano alla costa. Raggiungeva il bastimento ben sapendo che chi per primo arrivava sottobordo si aggiudicava il diritto di scaricare. Insieme ad altri piccoli “ risicatori “ ( cosi come venivano chiamati all’epoca questi braccianti del mare ) , seguiva poi la nave all’ormeggio, dove le si affiancavano i navicelli pronti ad accogliere il carbone scaricato, raccolto con le mani e depositato nelle coffe. I navicelli percorrevano quindi i canali interni di Livorno per portare la merce a destinazione. Le condizioni di lavoro erano dure, ma quei giovani andavano fieri della loro attività. Coloro che si erano aggiudicati il diritto di discarica della nave dovevano successivamente recarsi nelle vicine spiagge, caricare ghiaia e tornare indietro a zavorrare la nave stessa.

Prima risicatori e poi “ zavorranti “, neri di fumo in volto, col sudore che inzuppava i vestiti e le mani già piene di calli. “ Il giovane Tito “, così come racconta il nipote Piero Neri, “aveva studiato solo fino alla terza elementare e ogni centesimo che guadagnava lo usava per imparare l’inglese presso una scuola di Livorno. Così facendo si avvantaggiava rispetto agli altri risicatori, soprattutto con le navi che arrivavano dall’Inghilterra, perché contrattava personalmente in lingua inglese il prezzo del servizio offerto “. Fattosi più adulto, Tito capì che i navicelli dovevano pur sempre essere trainati e si prodigò nella realizzazione di un piccolo rimorchiatore a vapore. Fu l’inizio della sua impresa portuale. A questo se ne aggiunsero ben presto altri, ma l’attività stentava a decollare a causa del monopolio dei rimorchi detenuto all’epoca da alcuni importanti operatori di Livorno. L’unico settore dove nessuno se la sentiva di rischiare era quello dei recuperi marittimi: se i salvataggi si concludevano con successo si potevano ricavare ottimi proventi.

A 23 anni Tito è già “ qualcuno “ e lo dimostrava nel 1911- 12, in occasione della guerra di Libia, quando viene chiamato nel paese africano per il recupero di diverse navi affondate. Durante i lavori, a causa di una tempesta, una nave in banchina rompe gli ormeggi e prende il largo. l’equipaggio abbandona l’unità. Tito e uno dei suoi uomini, che lui chiamava affettuosamente con i soprannomi di”Cadetto” , ”Turchetto “ e “ Puce”, la raggiungono e si arrampicano lungo le fiancate, fino ad arrivare sul ponte principale mentre la nave, senza governo, viene investita dalla mareggiata. Da terra partono i mezzi di soccorso che dopo due giorni rintracciano l’unità in balia delle onde. I due uomini vengono invitati a tornare a terra, ma Tito afferra un megafono e grida: “ Ora il padrone della nave sono io e io non la lascio. Mandatemi il mio rimorchiatore”. Così avvenne e la nave fu recuperata.

Nel 1924 Tito Neri effettua un altro importante salvataggio di una nave olandese (S/S Rijperkerk) incagliatasi nei pressi di Bastia, in Corsica. La sua è ormai un’organizzazione consolidata e Tito non ha difficoltà a entrare nel giro di coloro che effettuavano rimorchi nella zona di mare compresa fra la Toscana e la Liguria.

Due anni dopo il mondo del cinema gli apre le porte: nel 1926, infatti, viene contattato dalla nota casa di produzione cinematografica americana Metro Goldwyn Mayer,divenendo presto amico di Mister Goldwyn. Per la realizzazione della battaglia navale del colossal “ Ben Hur “ gli viene chiesto di costruire una serie di galere romane per le riprese in mare. Tito accetta e presso il suo cantiere avvia la costruzione della flotta. Al momento di stipulare il contratto, un po’ imbarazzato, chiese agli americani: “ Voi in America che tipo di accordo fareste? “. Per tutta risposta si sentì offrire lo stesso tipo di contratto in uso oltreoceano e cioè un “ cost plus “, ovvero una percentuale di guadagno, il 20 per cento, su ogni spesa sostenuta da Neri. Tito lo applicò alla lettera, ben sapendo che più spendeva…, più guadagnava. Quando ogni sera tornava a casa con in tasca un pacco di dollari la moglie Algerina, donna di modeste origini sposata nel 1911, si stupiva di quei guadagni e temeva di essere presto tratta in arresto insieme al marito. Gli americani si ritennero così soddisfatti del lavoro di Tito Neri che a fine lavorazione, prima di tornare in patria, gli fecero dono dell’intera flotta e di un’automobile, autista compreso.

Nel 1939, quando la flotta di Tito Neri contava circa 100 mezzi navali, un episodio rischiò di fare fallire l’intera compagnia. “ In quell’anno “, riporta l’avvocato marittimista Giorgio Vincenzini, il cui studio professionale, noto in campo internazionale, ha da sempre curato gli interessi legali della società Neri, “un imprenditore Italiano,certo signor Vinello, stava lavorando a Tobruk al recupero e demolizione di nove piroscafi a lui ceduti dal governo della Libia. Il 15 luglio, in seguito ad un violento temporale, un un motoveliero savonese, il “Vanna”, affondava a qualche miglio da Tobruk, andando poi ad incagliarsi nella poppa del “Giano”, uno dei relitti sui quali stava lavorando Vianello. L’impresa Neri venne chiamata ad effettuare il recupero e per sollevare il relitto, oltre che dei suoi mezzi, si avvalse anche del pontone “Rosetta” , di proprietà di Vianello . Ma durante le operazioni di sollevamento avvenne uno schianto: i tralicci di ferro ai quali era assicurato il bigo del pontone si ruppero improvvisamente e il “Rosetta” divenne inutilizzabile. Vianello citò in giudizio la ditta Neri con la recondita speranza di riuscire ad eliminare il concorrente. Il tribunale, con un provvedimento di sequestro, bloccò tutti i crediti che la ditta Neri aveva presso le banche e tutti gli ammontari di denaro che doveva ricevere dal Ministero della Marina. “ Sembrava la fine”, continua Vincenzini, “ la Società si trovava nell’assoluta impossibilità di operare, rischiando il collasso”. Successivamente i Neri dimostrarono l’invalidità di tale sequestro e l’esistenza di un tentativo di fare fallire la loro impresa. Risarciti i danni all’imprenditore Vianello. fortunatamente la vicenda si concluse positivamente.

Alla fine della seconda guerra mondiale, Tito Neri, saputo che i tedeschi in ritirata stavano arrivando a Livorno per affondare le unità navali all’ormeggio, penso bene di precederli e di provvedere lui stesso all’affondamento dei suoi rimorchiatori. Quando i tedeschi giunsero in banchina con le cariche esplosive non poterono fare altro che constatare l’affondamento della flotta e proseguire la fuga. Chi meglio di Tito Neri, professionista dei recuperi poteva permettersi una simile mossa? Infatti, al passaggio degli americani, in breve tempo riportò in superficie i suoi mezzi navali. Nonostante questo i danni e le perdite erano state ingenti, tanto da costringere Tito a a chiamare a raccolta i suoi cinque figli: Corrado, Costante, Piero, Luigi ed Oreste e comunicare loro: “Ragazzi, da domani si ricomincia tutto daccapo”.

Con il passare degli anni la sua modestia e la sua disinteressata generosità lo fanno ben presto diventare un punto di riferimento per la città, che lo “elegge” ad arbitro indiscusso di tutte le controversie nate all’interno del porto di Livorno.

A costo di rischiare il fallimento dell’intera Società, Tito Neri non lasciava mai niente di incompiuto. E’ il caso della nave da carico di bandiera inglese “Pelayo”. Nel 1957 l’unità, lunga circa 100 metri, in condizioni di tempo cattivo urtò contro una diga foranea di Livorno e invece di fermarsi proseguì la sua corsa alla deriva, affondando fuori dal porto e capovolgendosi di novanta gradi. Riportarla a galla sembrava un’impresa impossibile, ma non per Tito Neri, che aveva fatto di quel recupero una questione di orgoglio e di principio. Con i mezzi moderni tutto avrebbe potuto risolversi in breve tempo, ma all’epoca il pontone più potente era in grado di effettuare sollevamenti solo fino a 100 tonnellate. Dopo 20 giorni di continua lotta contro la furia del mare, aiutandosi con 8 pontoni, tre rimorchiatori e due chiatte, la nave fu raddrizzata. Ora bisognava sollevarla, ma tutti sconsigliavano a Tito Neri di proseguire, considerando il “Pelayo” praticamente perduto. Come racconta l’architetto navale Pierluigi Pacini, ex dirigente alla Fincantieri e collaboratore dei Neri dal 1950 nonchè memoria storica dei più importanti salvataggi, “…furono chiesti in prestito alla Marina Militare dei serbatoi del diametro di tre metri per dieci metri di lunghezza, da assicurare attorno alle fiancate della nave. Alcuni palombari realizzarono dei tunnel sommersi per fare passare dei cavi di acciaio da parte a parte del “Pelayo”, ai quali vennero poi agganciati i serbatoi. Sembrava tutto pronto” , continua Pacini, “ quando una violenta libecciata si abbattè su relitto. I serbatoi cominciarono a sbattere violentemente contro le fiancate. La nave fu trascinata via dalla sua posizione di oltre 150 metri. Terminata la tempesta, si era ancora al punto di partenza.”Chiunque avrebbe desistito, ma non Tito Neri, che proseguì la sfida ben deciso a vincerla. Furono staccati i serbatoi e alcuni maestri d’ascia livornesi costruirono pannelli di legno di nove metri per otto , per tamponare le falle. Nei mesi successivi Neri avrebbe speso centinaia di milioni per quel recupero, al grido di “ quella nave deve uscire, costi quel che costi”. Dopo quasi un anno il “Pelayo” tornò a galleggiare e una volta riparato potè riprendere il mare. In quell’occasione alcuni giornali parlarono addirittura di “miracolo”.

Nei primi anni Sessanta fu recuperato l’”Elbano Primo” , un ex mezzo da sbarco americano trasformato in traghetto per il trasporto di auto e camion fra l’Italia e la Sardegna. Durante una notte di tempesta andò a incagliarsi su uno scoglio di granito a Olbia, nei pressi del porto. Per non colare a picco raggiunse un basso fondale e li si arenò. I Neri fecero intervenire un pontone, all’epoca impegnato nella costruzione del porto di Arbatax, e sbarcarono uno ad uno i camion presenti a bordo. La falla fu tamponata con cemento e con alcune paratie in legno di quercia dello spessore di 10 centimetri, posate sullo scafo e assicurate strettamente dall’interno. Dopo 40 giorni di intenso lavoro anche questo recupero si concluse positivamente.

(continua a leggere sul sito di Neri Group)

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3 commenti
  1. Cipriana permalink

    Ndo’ stanno sti’ maestri d’ascia livornesi che fanno recuperi miacolosi, costi quel che costi? C’ho da fa’ un disincaglio desperado e sto sola.

  2. Francesco Palombelli permalink

    <!DOCTYPE html PUBLIC "-//W3C//DTD HTML 4.0 Transitional//EN"><html><head><meta content="text/html; charset=utf-8" http-equiv="Content-Type"></head><body>Signo’, chiami protezione civile, signo’.<div>Le mail ti raggiungono ovunque con BlackBerry® from Vodafone!</div></body></html>

  3. Cipriana Maia_Meraime permalink

    Beh, si’ effettivamente, sembra ironia, ma l’ho poi veramente contattata la protezione civile… Questa mi ha avvertito ieri e dice che ha fatto il suo. F.to cipriana senza link

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