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46 – Little Bay – Anguilla (domenica 8 gennaio)

18 gennaio 2012
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A parte la disavventura del telefono e l’esosa tassa di ingresso, Anguilla mi piace. Sono questi i Caraibi che volevo, spiaggia, baretti, gente rilassata, musica. Niente resort sul mare come ad Antigua, niente spiagge deserte come Barbuda, niente consumismo occidentale come a St. Martin o lusso come a St. Barth. A sera, scendiamo con il tender al molo apposito. E’ molto alto, segno di grandi risacche. Jonas e’ il primo posto, quello con il wifi rubato al vicino. Mai fermarsi alla prima osteria. Camminiamo sulla sabbia. C’e’ un cocktail bar molto chic, poi La Dolce Vita, ristorante italiano. Poi un locale vuotino e infine un internet cafe’, Roy. Geni, danno anche la corrente. Qui riesco finalmente a bere un buon Margarita e a veder funzionare il mio nuovo tablet, bello e veloce. Annuncio per la seconda volta di essere irreperibile, giro qualche sito, alla fine avevo solo la solita irresistibile voglia di perdere tempo su internet. Andiamo verso Janus, ma a quest’ora e’ vuoto in modo sospetto… Torniamo da Roy anche per cena, il mahi mahi al limone quest’oggi non e’ perfetto o forse non lo e’ il suo degustatore che ha sempre paura di essere avvelenato e lo lascia.
E’ quasi luna piena, ultima sera in rada per noi. Inseguiamo la musica fino ad un locale all’altra estremita’ della spiaggia. Dj, maxischermo con partita di football, due ciccione americane al bar, qualche scuro, pista vuota. Non si puo’ restare. Sulla via del ritorno, vengo folgorato dal classico suono di una batteria dal vivo. Come diceva decenni fa il mio amico Mario, la batteria dal vivo ha un suono che nessun impianto di alta fedelta’ puo’ riprodurre. Inseguiamo musica e luci fin sulla strada, la Road di Road bay, dove sorge il Pumphouse. Una capanna di legno con il tetto spiovente, la band rasta in fondo, il bar a sinistra. La musica e’ ritmata, secca e perfetta, il cantante salmodia lunghe improvvisazioni e pezzi noti, ma piu’ spesso le prime. E’ bravo, intonato e ispirato. Ma la cosa che ci colpisce e’ la gente. C’e’ la bionda fatale, che a vederla meglio e’ troppo alta, troppo secca, troppo curva e troppo rifatta per non essere un travestito. C’e’ la coppia di inglesi pensionati che ci ha consigliato di andare a cena da Roy. Una famigliola, con una figlia carina. Un vagone di sgallettate americane, con qualche boy, la coppia di giovani Wasp, lei racchietta ma di gran classe, molti scuri di ogni eta’. Tutto sembra ruotare intorno a questo vecchio seduto al bar. Capelli bianchi lunghi, occhiali, panama, calzoni bianchi e camicia blu, 70 anni mal portati tra Marlboro e alcol, una zoccola age’ al suo fianco, ricciolona, in canotta e tettone. Tutti passano e lo salutano, lui biascica qualcosa, per noi inintellegibile, ma a volte interviene la zoccolona a tradurre. E’ proprietario di un ristorante qui ed uno in America, mi aiuta la tipa. “Come talk to my friend, he’s a good person”, mi costringe ad avvicinarmi agli scatarri di questo Heminguay de noantri. Non capisco una fava, la zoccola dice che mi sta dicendo di andare domani in Chiesa. In effetti e’ domenica, ma rispondo “I don’t prey too much” e faccio sbellicare il donnone, ho fatto una conquista. Tiger gode come un pazzo e mi mette sempre piu’ in mezzo, scattando foto compromettenti. Poi viene puntata il Puma, in imbarazzo come me.
Alla fine il locale si riempie, ma forse per non essere scortesi con questo che non capiamo e che vorrebbe offrirci da bere, preferiamo uscire, al termine dell’ultima infinita litania reggae della band.
C’e’ appena il tempo di un rum sulla rete. Poi crollo, e’ l’una passata.
Al mattino, il programma e’ di fare un bagno qui ad Anguilla, poi provare a far dogana in ingresso a St. Martin nella baia di Marigot, quindi raggiungere Oyster Pond, sempre a St. Martin lato francese per ormeggiare la barca e preparaci al check out di domani alle 9.
Troviamo Little Bay, 2 miglia piu’ ad Est, la caletta piu’ bella e mediterranea fin qui. Roccia e grotte, spiaggietta in fondo, acqua turchese. Solo la vegetazione ricorda che siamo ai Caraibi.
Verso le 12 partiamo a vela, mollando il gavitello con il fiocco a collo. Tiger da qualche giorno passa decine di minuti al telefono con Bianca, della quale sara’ ospite a Cabarete, cercando di convincerla ad organizzargli il transfer da Santo Domingo con un piper. “Sai, in taxi sono 3 ore…”. Quindi affittare un piper si che e’ la soluzione, specie se convinci qualcuno a farlo per te.
Calo la lenza, abbocca un piccolo allitterato, che libero subito. Poi un altro pesce da porzione, argenteo con dorso colorato, libero anche questo. Il marlin non arrivera’, per quest’anno.
A Marigot troviamo la dogana chiusa, il gelato esaurito e una zampa di una poltrona che fa amicizia col mignolo nudo del piede di Tiger e che ha richiesto i 5 soliti minuti di ipocondria, cassetta del pronto soccorso e cure dal Puma. Commosso da tanta attenzione, ma conscio che siamo in ritardo, tolgo ancora e da solo metto prua su Oyster Pond. La parte francese e’ decisamente meno sputtanata da costruzioni a 10 piani e navi da crociera, vediamo alcune cale non male e una bella vegetazione nella parte Nord dell’isola.
Ad Est, il mare rompe sui bassifondi di corallo. Navighiamo su 10-20 mt di acqua, con qualche patema. L’ingresso e’ descritto come uno dei piu’ difficili dei Caraibi, perche’ il mare rompe e si deve serpenteggiare tra due bassifondi. Non vediamo la boa verde, per me anche sti cazzi, dato che tra GPS, foto del portolano, pianetto del porto, tutto mi sembra sufficientemente chiaro. Invece a forza di amminchiarsi a cercarla quasi rischiavamo di finire sul corallo sottovento. Ma va tutto bene, bravi. Entriamo. Benzinaio chiuso, Sunsail chiuso, sono le 17,15, tardi. 4 boe a paletto che delimitano la corsia dei ferry ci generano una qualche empasse, poi ormeggiamo da soli, all’inglese, dietro altri cata Sunsail. E cominciamo mestamente a fare le valige.
Smonto il portacanna, gesto che segna sempre la fine della mia crociera, tanto che ci penso anche mentre li lego, all’inizio… “quando slegherai questo nodo, la vacanza sara’ finita…”. Imballo tutto, e scendo alla ricerca di un wifi.

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