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30 ottobre 2011
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Mi sveglio alle 6, nella cabina di poppa. Temperatura ottima, il motore caldo e le dimensioni raccolte dell’ambiente rendono tutto molto piacevole. A parte la condensa del mio respiro animale, che si raccoglie sui cieletti e piove giu’ sulle lenzuola. Asciugo. Caffè, biscotti. Rispondo ai messaggi, non a tutti che sono le 5 solari e la gente la sveglio. Scrivo il post della giornata di ieri e cerco di razionalizzare il da farsi. Ho più di 16 kg di pesce, in rada ci sono due yacht enormi e una barca a vela. Decido di tentare, liberarmi di parte del pescato potrebbe consentirmi di restare qualche giorno di più a mare. Dentice, io ti rispetto come Pesce e come Persona, ma il mio primo dovere di Uomo e’ ricercare la mia Liberta’ e rifuggere le convenzioni della societa’ moderna, delle cene borghesi in appartamenti arredati alla moda e dunque provero’ a venderti a questi capitalisti schiavi del loro consumismo e delle loro convenzioni e con il denaro acquistero’ delle altre esche per guadagnarmi altri giorni da Uomo Libero e mi nutriro’ intanto dei negletti barracuda, poco chic e invece buonissimi e nutrienti. (Scusate e’ passato Simone Perotti e m’ha rubato il BB).
Il sole non e’ ancora spuntato dietro Le Forna che metto a mollo il tender e lo porto a poppa per gonfiarlo. Prima il paiolo, poi ci salgo dentro e con qualche difficolta’ gonfio anche i tubolari. Serbatoio. Motore. Remi. Passa un vecchietto a seppie. Il nipote al motore, mentre lui getta l’esca in mare e velocemente la recupera. A me invece il motore non parte, poi invece si, dopo qualche tentativo. Metto in ordine il pesce, diviso per specie, una busta ciascuno.
Prima navetta, un mozzo cingalese mi dice dopo dopo. Seconda, un mozzo napoletano e’ curioso di vedere i dentici, ma mi dice dopo dopo, dormono tutti. Terza, una barca a vela mi compra le due ricciolette.
Ok. Torno a bordo. Rimetto il pesce in frigo, faccio un giro a traina con il tender, nulla. C’e’ Levante, fuori, si vede il mare grosso al largo.
Riprovo a fare il giro. Barca 1, trovo il comandante, romano, ma mi dice aspettiamo che si svegli l’armatore, ti chiamo per radio. Torno a bordo, metto in carica la radio, che mannaggia e’ scarica. Dopo una ventina di minuti, prendo la radio e torno in tender. Ho visto due barche nella cala accanto, hai visto mai. Ignoro volutamente i due yacht e mi dirigo planando a Cala Feola. Motoscafo. Due del Circeo, prendono il dentice piccino. Torno di la’, ingaggio trattativa furiosa coi napoletani, che alla fine spuntano un prezzaccio. Il romano a questo punto e’ fatto, mi chiama lui e piazzo facile l’ultima bestia. Ok, ora si puo’ tornare a pesca!
Salpo, mi dirigo verso Zannone, poi ci ripenso. Il mare batte, li’ finisce che mi piglia voglia di far vela verso casa. 180 gradi, prua sulle secche davanti Lucia Rosa. Qui l’isola ridossa e il mare e’ piatto. Calo il monel ed ecco che accade qualcosa che interpreto come cattivo presagio e giusto contrappasso.
Sento il filo metallico scivolarmi via dalle mani, sensazione brutta, lo vedo spezzato finire a mare. Penso che potrei girare la barca, velocemente calare un rapala e provare ad incocciare il filo mentre va a fondo. Fantascienza. Ogni tanto capita, anche il monel ha una fine. Ma non mi perdo d’animo. Che farebbe Simone Perotti? Probablmente prenderebbe alcune rocce scelte accuratamente tra Ponza e Pamarola, (perche’ lui conosce a fondo i luoghi che frequenta) e sul fornelletto a gas della barca, trasformato in altoforno, otterrebbe alcuni lingotti di monel da trafilare per mezzo di drizza randa, winch e alcuni colli di bottiglia di birra.
Io più modestamente raccatto nel gavone la bobina del vecchio monel e non senza difficolta’ lo arrotolo giuntato sul mulinello. Rifo il terminale, nuovo Viper, stanno finendo, accidempolina. E calo. A Lucia Rosa prendo una riccioletta, poi esco, calo tutta la lenza che ho, circa 300 yarde, stimo. Difficile dire, ho giuntato due mozziconi. Comunque il succo e’ che ho più lenza di prima, quindi posso provare più a fondo. Adocchio una secca su 30, ivi mi reco, quand’ecco che il mulinello parte all’impazzata. Imbraccio, saggio la resistenza offerta dall’altro capo della lenza e sentenzio: fondo! Ammazza quanto scende questo monel doppio!
Giro la prua, non per 180 ma per circa 150 per non camminare sopra il mio stesso filo, e recupero velocissimamente. Da quando ho messo il lube a mulinello e passanti, vado come una spada. Ogni tanto ho qualche dubbio, quando ad esempio sento smollare di colpo, penso magari al monel sotto a un alga che cede di colpo. Arrivo al nylon, e’ teso ma non inchiodato. Alla fine faccio casino, il nylon si impiccia nei cimini delle canne a riposo, in verticale. Spiccio, sempre canna in mano, sempre sentendo il filo in tensione. D’un tratto, spunta la giunta nylon-fluorocarbon. Ohibo’ siamo a 32 metri di fondo, il terminale sara’ al massimo 4 metri, che c’e’ attaccato? Il solito dentice, arrivato al giardinetto! Scoppio a ridere, lo porto a poppa e lo guadino agevolmente. 4 kg. Rifaccio la passata mille volte, uguale non mi viene mai, cosi’ alla fine vado verso Punta Fieno, qui pure m’incasino, tiro su per controllare, trovo una ciuffazza d’alghe, devo aver preso fondo in qualche momento, ricalo. Troppo, prendo fondo, perdo un viper, calo, poi mi faccio soprendere dai 7 metri della punta, accelero a mille e angolo la rotta, a tirar via la lenza da li’. Pesce. Grosso. Ma si rivela un barracuda: mentre penso se tenerlo o rilasciarlo, arriva sullo specchio di poppa, sbatte, si slama, sta un po’ li’ e se ne va. Meglio. Ciao.
Qui non riesco a pescare, oggi. Meglio tornare fuori. Calo i miei 300 metri di lenza. Quando sono quasi sul punto, vedo la canna che fa tic tic. Nooo. Devo tirar su: e’ una tracinaccia enorme (si tenne). Giro sulla secca, una passata sola, sbagliata, come prima. Basta. Andiamo a Zannone. Ci sono 12-13 nodi, e’ bolina. Esco il solo genoa, per pigrizia. La lenza e’ tutta giu’. Ziiing. Uno ziing solo, poi si ferma. Ma devo controllare lo stesso. Devo rallentare la barca, aggiungo 20 gradi al vento sull’autopilota ed il genoa stalla un poco. Ma poi il vento gira, la barca si ferma e vira. Uffa. Passo la vela di la’, riprendo la canna, moscia, recupero, mentre la barca abbrivia sulle nuove mure. Non c’e’ nulla. Solo una toccata. Fantastico di pesce spada cuccioli o chissa’ cosa, forse la maledetta aguglia imperiale? Naa.
Vabbe’, mi rimetto in rotta, calo la canna da altura e cerco di rilassarmi un po’ scrivendo queste righe. A due miglia dalla secca, accendo il motore e guadagno acqua controvento. Giro 3 volte, la prima nulla, la seconda toccata e fuga, la terza toccata e presa (riccioletta). Sono le 5 quando metto la prua su Chiaia di Luna. Mi aspettano Giuseppe e Francesca, arrivero’ che sara’ buio, pazienza!

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