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Senza pesci

Ieri ci siamo lasciati trasportare dalle catture e dal tramonto di Palmarola, e alla fine ci siamo ancorati a Cala del Porto che era buio. Bocconcini di aluzza fritti in pastella e solite melanzane condite al forno, la mia offerta per la cena. Al termine della quale le chiacchiere si sono arrestate abbastanza presto, per offrire a tutti un bel riposo. La prua già orientata verso il Levante previsto per l’alba, per una volta ero quasi certo di passare una bella notte dal Francese. Ma non è successo mean he stavolta. E infatti, verso le tre ci troviamo tutti in pozzetto, le barche della cala rollano tutte, con prue variabili. Osservo, attendo che il Levante ristabilisca l’ordine prescritto da Lamma, ma l’onda da Sud Ovest che è comparsa spinge le poppe in una innaturale posizione di mezzo che non permette alla barca di fermarsi.
Tocca muoversi. Accendo le luci, levo ancora, passo al buio di tra le Galere e dentro I Piatti e in un attimo siamo alla Cattedrale. Una sola barca, mi ancoro alla distanza dovuta e riprendiamo il discorso interrotto.
Cala Tramontana ci regala una seconda parte di notte perfetta, anche se un po’ umida. Ci alziamo che sono quasi le nove, altri sono arrivati, noi stiamo un po’ e poi partiamo a pesca.
Ma mica va sempre bene come ieri. Rientriamo su Cala Tramontana per il pranzo, che, manco a dirlo, al Francese si rolla.
Nel pomeriggio impongo una veleggiata al solo scopo di convogliare un poco di corrente d’aria su quel che resta di noi. C’e’ appena qualche refolo, ma basta a rinfrescarci. Uno strano nord est regna in questo pomeriggio ponziano. Poi cala, smotoriamo verso Le Scogliatelle a tentare ancora di mettere assieme una cena. Purtroppo in tre non prendiamo nulla, non ci resta che avviarci mesti a Frontone, dove passeremo la notte.

Perché Senza Parole

Gli accordi telefonici devono ridursi al minimo, ci deve essere quella intesa telepatica che fa si che ci si possa scambiare al massimo un orario, tanto da far venire il dubbio che ci si sia sbagliato nel luogo o nel mezzo.
Questo penso mentre attendo mio fratello e mio nipote, per una gita a mare. “9 e tre quarti, mi suoni”, ci siamo detti, poi io sono sceso per venirgli incontro, e anche il suo ritardo non sorprende.
La ricerca delle persone con cui avere l’intesa tacita, produce amici musoni, a volte non produce amici affatto.
Anche quando lavoro, cerco partner che mi anticipino nei pensieri, ai quali non debba perdere tempo a spiegare per filo e per segno come intendo procedere: per questo lavoro da solo. E ancora non mi basta, che a volte faccio o penso cose di cui mi pento, il mio io che monta maledice l’io che ha costruito, o più spesso il me progettista.
Quando siamo in macchina, chiamo mia sorella, che ci deve raggiungere direttamente al Circeo. Non ci eravamo capiti, la telepatia familiare con Paolo non aveva girato, lei pensava partissimo a mezzogiorno e invece a mezzogiorno ci si doveva beccare già al Circeo. Poco male, tanto non abbiamo fretta, non vorremmo avere mai più fretta, come disse Moitessier.
Non si parte per la Sardegna, né per Ustica. L’attesa di un piccolo mozzo di Senza Parole ci costringerà ad un riposo forzato nel mese di Agosto, e sulla carta anche Settembre.
Si vedrà, intanto mi godo questo weekend portando in barca gente con il mio stesso cognome, con cui a volte la telepatia funziona, tipo quando abbiamo tutti pensato di restare anche il lunedì, ecchecazzo, del resto siamo al primo di agosto, un poco di ferie le potremo fare anche noi falegnami, o no?
Sotto un cielo che a volte si oscura, con un vento che spesso sparisce e torna indietro, smotorando anche un po’, raggiungiamo Palmarola che sono quasi le sei.
Ci ancoriamo dal lato in ombra, per un bagno, poi è troppo presto per pensare di far morire così il giorno e le speranze del tenero virgulto che è con noi.
Così gioco facile la carta della pescata al tramonto, che viene stabilito di comune accordo di farla con la barca e non in tender. Una aluzza la prendiamo subito, ancora sulla sabbia. Poi le sapienti passate del Maestro hanno risultato, e mentre Andrea e’ al telefono con Zio Fabrizio, nella massima estensione palombelliana che possiamo esprimere, si attacca in dentice. Mi fiondo. Lo sento. Lo inizio a recuperare, chiamo telepaticamente un po’ di velocità in più al maestro, ma ci sono delle interferenze. E lo sento andarsene, slamandosi.
Va bene lo stesso. Ci facciamo una foto senza pesci morti e ci godiamo l’ora più bella.

Anche qui si sentono le cicale

La notte, nel mio ancoraggio segreto per giorni super-affollati, trascorre placida. All’alba delle sette faccio il mio giro a pesca, durante il quale riesco solo a sfastidiare una bella occhiata, che rilascio. Poi vado a prendere la pizza al forno, che il paese ancora dorme, infine torno in barca, faccio un bel bagno nell’acqua cristallina, in pace, all’ora in cui coatti con i gommoni non hanno ancora fumato la prima sigaretta.
La giornata potrebbe finire qui, e invece ora comincia. Quando il passaggio di motoscafi si fa continuo, muovo per l’Arco Naturale, dove la densità’ di barche è tale che perfino le onde stentano a propagarsi. Stiamo giusto il tempo di un bagno e poi mi sposto: qui non si sentono cicale, ma musiche chiacchiere e fuoribordo.
Zannone è il posto giusto, in questi casi. Il mare tanto è calmo, l’aria quella giusta, un tempo così perfetto da permettere tutto.
Dopo pranzo c’è ancora il tempo per un caffè e un bagno, poi metto Senza Parole sul binario di casa, lei si piega un po’, accelera e annusando la terra con la prua ci conduce al Circeo.

40 gradi

La notte in porto, a San Felice, e’ stata turbolenta. Una brezza notturna, che girava attorno alla montagna, cadeva giù in porto, facendo ululare gli alberi e tintinnare le drizze in una sarabanda di rumori. Succede spesso, ma mai così forte. Deve essere il gran calore di questi giorni, il weekend più caldo del millennio, beh forse del millennio no, del secolo, o forse dell’anno. O forse è’ solo che è estate.
Muoviamo verso le otto, sono con i miei amici Pietro ed Emilena, entusiasti di tutto. A terra regna levantino da quattro soldi, uscendo la montagna fa ombra a tutto, poi dopo poche miglia troviamo un bel Maestrale, che mi fa spegnere il motore. 5, 6, 7 nodi e oltre, alla fine. E sono neanche le undici, alle 3 che arriverà’?
Spermaturo, Vardelli e Faraglioni di Mezzogiorno gli ancoraggi, rilegati da frequenti giretti in tender. L’altro lato e’ off limits per la risacca, qui si addensano centinaia di barche, però insolitamente silenziose. Si sentono perfino le cicale.
A sera, per ultimi, muoviamo verso Ponza. Destinazione Frontone, dove la scorsa volta ho dormito alla grande. Però sono arrivato prestino, adesso che ci penso, e quelli dopo hanno innescato delle scenette comiche per trovare un ancoraggio decente. Allora mi viene in mente il mio ancoraggio segreto per giorni affollati, oggi è l’ora giusta, c’è una sola barca, poi arriva anche un trawler. Con quelli del trawler, una coppia carina, ci incrociamo, subito dopo l’ancoraggio, con il tender, alla ricerca di uno scoglio sommerso che entrambi ricordiamo. Lo trovano loro, vicino alla barca, e sono costretti a spostarsi un po’.
Il sole e’ giù da un pezzo, e’ l’ora che il marinaio preferisce, quella che chiude una altra giornata di mare e prelude al riposo. Per festeggiarla, mi tuffo in acqua e lavo via la stanchezza dalla mia pelle.

Gente pratica

“Daje Nico’, daje cazzo, me pari scemo, ma che già te droghi? È un po’ presto pe’ drogatte. Nico’, te ricordi quando stavi nei cojoni miei? Ndo annamo? Annamo affa’ le pippe a peppe. Io me reidrato cola bira, il gatorade nun c’è. Shh, nu strilla’, state zitto, parla poco, attento qua c’è sta er barracuda che va pe piselletti giovani”.
Cinque minuti di Ciccio, da morire.

La storia di un secchio (per Gianni)

Dormo fondo. Sogno di qualcuno che armeggia, compiendo piccoli rumori, poi realizzo che sono i ragazzi che ritornano dai festeggiamenti notturni. Sono le quattro di notte. Apro gli occhietti, individuo Domenico e con un rantolo gli ordino di legare il tender. C’è il moschettone, ma non mi fido.
Alle sette mi alzo, una palla di nodi copre la bitta di poppa. La Cala del Frontone è calma, serena, pettinata dal vento di Ponente che ordina le barche parallele e pulisce i peccati della sera prima. Pochi i vicini già svegli, sempre troppi, però, per certe mie urgenze. Secchio, meglio avere un secchio. Già, dove è il secchio?
Lo avevano usato per lavare i piatti dopo cena, ricordo che lo hanno slegato… E sicuramente nessuno ha pensato a legarlo nuovo. Cerco in giro, penso di aprire i gavoni per controllare se non lo avessero messo a posto, ma sarebbe fantascienza, neanche ci provo. Niente, deve essere finito a mare. Imposto e risolvo alcune complicate equazioni differenziali di idrostatica e dinamica dei fluidi per stabilire che un secchio in acqua resta mezzo a galla e mezzo fuori e certamente se ne va con la corrente.
Perdere un secchio in mare, al di là del valore irrisorio dell’oggetto, mi fa particolarmente rodere il culo. Come perdere un parabordo, e’ la fregnaccia del neofita, dello sciatto, della pippa. Segno di poca accuratezza, di sbadataggine, di non aver previsto ciò che si sa, il secchio va sempre legato sennò finisce a mare. È un disonore, così come ritrovare oggetti persi da altri, specie se motoscafari, è una medaglia al valore marinaro. Recuperare un parabordo a palla da un metro di diametro, con rivestimento in spugna idrorepellente e treccia in tinta, di chiara provenienza motoscafara, equivale a doppiare Capo Horn al contrario, per il velista della domenica. Perdere il secchio, di converso, è come affogare nel bidè.
Il mio precedente secchio era nato con la barca ed era durato a bordo fino a che la plastica non comincio’ a fessurarsi ed il manico ad arrugginire. Allora decisi di cambiarlo con un bel bugliolo con la sua cima impiombata, una vera frociata presa da Gino al Circeo. Era ancora quasi nuovo, ed ora chissà dove starà… Qualcuno lo recupererà e si farà beffe di me. Stramaledico i miei amici cazzoni e stramaledico me stesso, che ieri sera sono andato giù a dormire senza fare il giro di controllo della barca. Comincio a chiedermi quale cazziata devo fare, se Gino sarà aperto al mio rientro stasera, come minimo me lo ricomprano, come minimo… Poi penso che sono sempre stato una pippa in matematica, e allora mi sporgo a poppa e guardo giù sul fondo. Nulla, solo acqua increspata e sabbia chiara. La barca brandeggia. Mi sporgo ancora. Nulla. Poi di nuovo… Eccolo. A capa sotto, con la sua bella cima blu stesa sul fondo, giace tranquillo sulla verticale della poppa.
A questo punto una complicata sequenza di operazioni a base di caffè, maschera e pinne, mi permette di risolvere parecchie delle mie urgenze mattutine e anche di giocare con un bel polpo che trovo verso prua. Considerando che uso la maschera ed il tubo trovati ieri a Lucia Rosa, la giornata si apre con un bel due a zero per me.

Senza Parole

Avevo scritto un post bellissimo. Pare strano a dirlo, era solo la storia di un secchio. Ma ancora non ho capito come funziona questo benedetto telefono semplificato, c’è un tasto che cancella interi periodi, le bozze non le salva se non c’è rete, i post partono da soli come niente e insomma alla quarta volta che me lo perdo, rinuncio. In fondo era solo la storia di un secchio. Per il resto tutto bene: oggi Palmarola e ora si ritorna verso il Circeo a vela, che c’è un bel Ponente.

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