Posterous

Webasto 2: montare i canali

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Venerdi pomeriggio, dopo aver ormeggiato, mi sono dedicato alla madre di tutte le battaglie: far passare un tubo diametro 95mm da poppa a prua, senza che sia visibile (e senza forare l'opera viva, possibilmente). E' che l'aria calda prodotta da questo brucia-gasolio a poppa va condotta dove serve, cioe' nelle due cabine posteriori (e fin qui), in dinette e sopratutto nella cabina di prua, anche detta "il freezer".
No rocket science, ma fare lavori a bordo e' sempre complicato per due o tre fattori. Primo: lo spazio e' limitato. Liberare le cabine ed i gavoni dove si opera occupa altre cabine e gavoni, gia' pieni. In breve muoversi diventa impossibile. Secondo: l'accesso. Per lavorare su una paratia occorre contorcersi, rimpicciolirsi, anchilosarsi. Terzo: la rigidita'. Tutto e' avvitato, per spostare un mobile o accedere dietro a qualcosa, occorre smontarlo.
Cosi', ho cominciato dal foro piu' difficile, quello tra il fondo della cabina ed il gavone tecnico di poppa. C'e' appena lo spazio, ho usato la sega da 95, il tubo passa appena, ma passa. Ho resistito alla tentazione di collegarlo subito alla macchina e di mettere le prime due bocchette, le piu' facili. Sono rientrato dentro a studiare i passaggi. La cabina di destra e' facile, un paio di paratie forabili con la 102, piu' comoda. Si passa nella scarpiera sotto l'armadio, alti che il tubo non da' noia. E si arriva sotto la seduta del carteggio, passando sotto i portaoggetti di schiena e di lato (smontati tutti). Poi, il grande dubbio. Continuando diritti, cosa c'e'? Perche' forare senza sapere cosa c'e' dietro non e' bello. Allora dedico 2 o 3 ore della mia vita, tra le piu' faticate, per smontare il portabottiglie e la spalliera della dinette. Pare una cazzata, quest'ultima, due pannellini di compensato da svitare... Levo la decina di vitarelle, non viene. Dopo un po' capisco che c'e' una fresatura alla base, provo a scapolarla, non viene. Infilo la testa nel gavone, passano appena gli occhi, ma di sguincio vedo una vite fissata "alla traditora" alla seduta. Ok, allora svito anche la seduta (intanto non so piu' dove mettere i piedi o dove poggiare i ferri). Non viene. Ci sono viti che la bloccano ai listelli di base, da sotto, le tolgo, non viene. C'e' della colla. Scollo, con cacciavite a far leva, non viene. Dal portabottiglie scopro due viti nascoste, le levo, non viene. Ok, spalliera, per oggi hai vinto tu. Decido di cenare, il tavolo ancora c'e', mi siedo su un asse e guardo la TV che per fortuna funziona. Non c'e' una cabina libera per dormire, faticosamente concludo il lavoro a destra e riattrezzo i materassi.
Al mattino riprendo, verso le 7.
Ragiono. Osservo. Non posso andare dritto e passare dietro la spalliera che non si smonta, a meno di non mettere le bocchette in alto. Devo scendere sotto la seduta e l'unico passaggio e' sotto il tavolo da carteggio. C'e' da fare un doppio gomito e da rubare uno spigolo al portaoggetti, e' dura, ma ci provo. Lavoro con la sega a tazza di angolo, con il seghetto, con lo scalpello e la raspa, alla fine con il gattuccio assassino acquistato ad un discount che si rivela una macina! Passo il tubo tra i gomiti, tiro, si strappa, dannazione! A testa in giu' sotto il carteggio piallo gli ultimi spigoli, con la mia torcetta sub a led che dura da ore. A costo di qualche nocca sbucciata e qualche madonna, sono riuscito a portare il tubo da 90 fino a centro barca.
Il piu' e' fatto, vado a comprare qualche vite, che ne ho perse parecchie, per riposare 5 minuti.
Resta da passare il tubo da 80 fino a prua e mettere le bocchette. Facile. Il difficile e' liberare le cabine per poterci lavorare. E' tipo il gioco del 15. Ma si fa.
Poi: fissaggio marmitta e sua coibentazione. Ho preparato delle staffe d'alluminio, vanno, anche se mi devo infilare nel tugurio di poppa e respirare lana di vetro che e' un piacere.
Ultimo: aspirare gasolio a mezzo siringa, per spurgare l'aria dal circuito e dal filtro. Consiglio segreto del mio rivenditore. Lo faccio, anche se mi chiedo cosa accada quando sfilo la siringa e ricollego (entra aria, ovvio). Ci provo un paio di volte, mi sporco di nafta, vedo un sacco di bollicine e mincazzo, ma anche ora basta. Collego, accendo, so che andra' in blocco, ma devo verificare la tenuta delle fascette prima di richiudere tutto. Si accende! E l'aria esce, e' un vento (fresco) che arriva fino a prua, fa vibrare la carte e trafila solo un poco dalla bocchetta della dinette. Evviva! Sono tipo le 5 di pomeriggio, 10 ore di lavoro e ancora non e' finita. Devo richiudere tutto, colgo l'occasione per alcune pulizie straordinarie e per disfarmi di alcuni metri cubi di roba inutile, quella che in barca ti trovi a spostare ogni volta di qua e di la' senza averla usata nel frattempo.
Alle 7 sono davanti ai cassonetti. Un quarto d'ora per differenziare i rifiuti prodotti, vengo premiato ritrovando le istruzioni che credevo perse e poi volo a casa per cena.

2012 prima uscita

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Senza Parole aveva voglia di togliermi il muso e portarmi un po' a giro... cosi' ho approfittato dell'ultimo giorno buono prima del cattivo tempo per scioglierle i lacci e lacciuoli e liberalizzarle il passo. Fin troppo liberal, direi, giacche' una dicitura "NO PILOT" campeggia sinistra sugli strumenti elettronici, gia' mentre Giorgio e Umberto mi aiutano ad uscire.
Sto per fermarli, ma non si fa, avrei dovuto controllare prima. Esco, teso come solo dopo tanto tempo che non porto piu' la mia barchetta, sono piu' di due mesi, penso.
Ma mi sciolgo subito, la manetta e' precisa, il timone anche, affronto la secca del molo concentrato sull'ecoscandaglio. Mannaggia, il Garmin e' ancora settato sulla modalita' notturna, non si vede una ceppa. Mi torna alla mente l'ultima uscita, quella del dentice a Zannone, quando arrivai in porto a notte fonda.
Mi porto fuori a sufficienza, spengo e vado diretto al solito fusibile nel vano motore. E' sano. La barca si intraversa, rolla di brutto, cade di tutto. Spruzzo Crc electro, testo col tester, ancora "No Pilot", non e' qui il problema. Ho due alternative: ancorare davanti alla spiaggia, sotto questo mezzo metro d'onda di scirocco o pescare stando alla barra tutto il tempo. Propendo per la seconda, che qui senno' non s'esce mai. Solo che qualunque operazione deve essere svolta in 10 secondi, per riprendere al volo la rotta. Togiere parabordi di sinistra: 10 secondi. A dritta: 12 secondi e la barca che se ne stava andando. Prendere la canna in cabina, cazzo, e' impigliata, corri, riprendi, uff...
Comunque, vado. Non posso dedicarmi a null'altro che non sia tenere la rotta, e' un po' una seccatura. Poi ragiono. Quando non arriva la potenza all'attuatore il messaggio e' Rud Error. Il fusibile non c'entra, ne' c'entra il motorino elettrico. E' l'elettronica che faglia. E dove sara' la centralina dell'elettronica? Beh, intanto sugli stessi display del quadro che mi danno "No Pilot". In effetti la volta scorsa ho smontato il pannello per dare una pulita al blocchetto della accensione e... vuoi vedere che... Corro giu' a prendere un cacciavite, smonto il pannello della plancia mentre costeggio il Circeo a traina. Non faccio in tempo ad aprire del tutto che il display gia' prende, evviva! Controllo scrupolosamente ogni connettore con strumenti di altissima precisione e test incrociati di stress chimico-fisici, dopodiche' richiudo tutto, ma non metto le viti che non si sa mai.
Con il pilota e' tutta un'altra cosa, fotografo, scrivo 'ste cazzate, monto il mio strapuntino dandy, prendo il nastro e segno la lenza per regolare bene quanto monel dare, improvvisamente, sara' anche che ho girato la montagna e il mare spiana, la giornata mi sorride.
E pero' tutte queste risate se le fanno anche le spigole, che restano dove sono e mi fanno marameo. Cosi' non resta che rientrare in porto, verso le 4. Mi faccio cambiare di posto da Tonino. Prua a levante, a diminuire il rollio. Ormeggio. E attacco la battaglia campale del montaggio dei canali del Webasto, il riscaldamento ad aria che avevo iniziato ad installare ad ottobre (segue).

La Costa Concordia e' in buone mani

Neri

(AP Photo/Pier Paolo Cito, http://www.ilpost.it/2012/01/25/costa-concordia-le-foto-di-oggi-10/small_120125-002044_to240112est_16871/)


Conobbi la Ditta Neri nel 2003. Avevamo riparato a Livorno durante una traversata da Viareggio a Capraia. Mare brutto, molto mal di mare a bordo, poggiammo per cercare ridosso e d entrammo nel porto commerciale di Livorno. Ormeggiammo accanto a questa flotta di rimorchiatori, neri di vernice e Neri di nome. I mariNI, gentili, venivano ad avvertirci prima di mollare, che le le loro eliche facevano bollire il mare dentro al porto e soffrire i nostri cavi di poppa. Eppoi eravamo accanto a Francesca Neri, una cosa che ci piaceva raccontare per far credere qualcosa di diverso.
Poi, li incontrai nel 2010 davanti agli Zirri, a lavorare una settimana per rimuovere un motoscafo incagliato.
Insomma, quando ho letto della Concordia, ho pensato: adesso arriva la Tito Neri e la porta su. E mi ero anche preoccupato quando avevo sentito dell'incarico alla Smit: chi sono questi olandesi? poi pero' si sono affrettati a dare le operazioni di recupero alla Neri, sicche' oggi il pontone "Meloria" fa la sua bella mostra davanti alla povera nave e io sono sicuro che questi la riporteranno a navigare. Del resto gia' dal famigerato venerdi 13 la Algerina Neri era stata chiamata a mollare gli ormeggi dalla Capitaneria di De Falco... e' gente con una bella storia alle spalle come si legge sul loro sito e che qui voglio riportare:

A Costante Neri (1863-1932) si deve la fondazione della attività marittima aziendale, come testimonia il carteggio in data inizio 1900 con le Regie Capitanerie di Porto di Livorno, Portovecchio di Piombino - Baratti, Viareggio e Portoferraio. L'attività comprendeva principalmente il recupero di navi goletta e piroscafi sinistrati in secca o affondate lungo il litorale toscano e il rimorchio via mare di navicelli e bettoline cariche di carbone e altri materiali alla rinfusa. Il 28 giugno 1888 nasceva a Livorno Tito Neri, il quale diede naturale prosecuzione e determinante espansione all'impresa marittima che porta ancora oggi il suo nome. Iniziò a lavorare all'età di sei anni, quando aiutava il padre Costante nella realizzazione delle “ coffe “, ceste di vimini utilizzate per scaricare il carbone dalle navi. Ancora giovanissimo, incurante delle avverse condizioni meteorologiche, usciva dal porto di Livorno a bordo di piccole imbarcazioni per andare incontro ai velieri e alle navi a vapore che si avvicinavano alla costa. Raggiungeva il bastimento ben sapendo che chi per primo arrivava sottobordo si aggiudicava il diritto di scaricare. Insieme ad altri piccoli “ risicatori “ ( cosi come venivano chiamati all’epoca questi braccianti del mare ) , seguiva poi la nave all’ormeggio, dove le si affiancavano i navicelli pronti ad accogliere il carbone scaricato, raccolto con le mani e depositato nelle coffe. I navicelli percorrevano quindi i canali interni di Livorno per portare la merce a destinazione. Le condizioni di lavoro erano dure, ma quei giovani andavano fieri della loro attività. Coloro che si erano aggiudicati il diritto di discarica della nave dovevano successivamente recarsi nelle vicine spiagge, caricare ghiaia e tornare indietro a zavorrare la nave stessa.

Prima risicatori e poi “ zavorranti “, neri di fumo in volto, col sudore che inzuppava i vestiti e le mani già piene di calli. “ Il giovane Tito “, così come racconta il nipote Piero Neri, “aveva studiato solo fino alla terza elementare e ogni centesimo che guadagnava lo usava per imparare l’inglese presso una scuola di Livorno. Così facendo si avvantaggiava rispetto agli altri risicatori, soprattutto con le navi che arrivavano dall’Inghilterra, perché contrattava personalmente in lingua inglese il prezzo del servizio offerto “. Fattosi più adulto, Tito capì che i navicelli dovevano pur sempre essere trainati e si prodigò nella realizzazione di un piccolo rimorchiatore a vapore. Fu l’inizio della sua impresa portuale. A questo se ne aggiunsero ben presto altri, ma l’attività stentava a decollare a causa del monopolio dei rimorchi detenuto all’epoca da alcuni importanti operatori di Livorno. L’unico settore dove nessuno se la sentiva di rischiare era quello dei recuperi marittimi: se i salvataggi si concludevano con successo si potevano ricavare ottimi proventi.

A 23 anni Tito è già “ qualcuno “ e lo dimostrava nel 1911- 12, in occasione della guerra di Libia, quando viene chiamato nel paese africano per il recupero di diverse navi affondate. Durante i lavori, a causa di una tempesta, una nave in banchina rompe gli ormeggi e prende il largo. l’equipaggio abbandona l’unità. Tito e uno dei suoi uomini, che lui chiamava affettuosamente con i soprannomi di”Cadetto” , ”Turchetto “ e “ Puce”, la raggiungono e si arrampicano lungo le fiancate, fino ad arrivare sul ponte principale mentre la nave, senza governo, viene investita dalla mareggiata. Da terra partono i mezzi di soccorso che dopo due giorni rintracciano l’unità in balia delle onde. I due uomini vengono invitati a tornare a terra, ma Tito afferra un megafono e grida: “ Ora il padrone della nave sono io e io non la lascio. Mandatemi il mio rimorchiatore”. Così avvenne e la nave fu recuperata.

Nel 1924 Tito Neri effettua un altro importante salvataggio di una nave olandese (S/S Rijperkerk) incagliatasi nei pressi di Bastia, in Corsica. La sua è ormai un’organizzazione consolidata e Tito non ha difficoltà a entrare nel giro di coloro che effettuavano rimorchi nella zona di mare compresa fra la Toscana e la Liguria.

Due anni dopo il mondo del cinema gli apre le porte: nel 1926, infatti, viene contattato dalla nota casa di produzione cinematografica americana Metro Goldwyn Mayer,divenendo presto amico di Mister Goldwyn. Per la realizzazione della battaglia navale del colossal “ Ben Hur “ gli viene chiesto di costruire una serie di galere romane per le riprese in mare. Tito accetta e presso il suo cantiere avvia la costruzione della flotta. Al momento di stipulare il contratto, un po’ imbarazzato, chiese agli americani: “ Voi in America che tipo di accordo fareste? “. Per tutta risposta si sentì offrire lo stesso tipo di contratto in uso oltreoceano e cioè un “ cost plus “, ovvero una percentuale di guadagno, il 20 per cento, su ogni spesa sostenuta da Neri. Tito lo applicò alla lettera, ben sapendo che più spendeva…, più guadagnava. Quando ogni sera tornava a casa con in tasca un pacco di dollari la moglie Algerina, donna di modeste origini sposata nel 1911, si stupiva di quei guadagni e temeva di essere presto tratta in arresto insieme al marito. Gli americani si ritennero così soddisfatti del lavoro di Tito Neri che a fine lavorazione, prima di tornare in patria, gli fecero dono dell’intera flotta e di un’automobile, autista compreso.

Nel 1939, quando la flotta di Tito Neri contava circa 100 mezzi navali, un episodio rischiò di fare fallire l’intera compagnia. “ In quell’anno “, riporta l’avvocato marittimista Giorgio Vincenzini, il cui studio professionale, noto in campo internazionale, ha da sempre curato gli interessi legali della società Neri, “un imprenditore Italiano,certo signor Vinello, stava lavorando a Tobruk al recupero e demolizione di nove piroscafi a lui ceduti dal governo della Libia. Il 15 luglio, in seguito ad un violento temporale, un un motoveliero savonese, il “Vanna”, affondava a qualche miglio da Tobruk, andando poi ad incagliarsi nella poppa del “Giano”, uno dei relitti sui quali stava lavorando Vianello. L’impresa Neri venne chiamata ad effettuare il recupero e per sollevare il relitto, oltre che dei suoi mezzi, si avvalse anche del pontone “Rosetta” , di proprietà di Vianello . Ma durante le operazioni di sollevamento avvenne uno schianto: i tralicci di ferro ai quali era assicurato il bigo del pontone si ruppero improvvisamente e il “Rosetta” divenne inutilizzabile. Vianello citò in giudizio la ditta Neri con la recondita speranza di riuscire ad eliminare il concorrente. Il tribunale, con un provvedimento di sequestro, bloccò tutti i crediti che la ditta Neri aveva presso le banche e tutti gli ammontari di denaro che doveva ricevere dal Ministero della Marina. “ Sembrava la fine”, continua Vincenzini, “ la Società si trovava nell’assoluta impossibilità di operare, rischiando il collasso”. Successivamente i Neri dimostrarono l’invalidità di tale sequestro e l’esistenza di un tentativo di fare fallire la loro impresa. Risarciti i danni all’imprenditore Vianello. fortunatamente la vicenda si concluse positivamente.

Alla fine della seconda guerra mondiale, Tito Neri, saputo che i tedeschi in ritirata stavano arrivando a Livorno per affondare le unità navali all’ormeggio, penso bene di precederli e di provvedere lui stesso all’affondamento dei suoi rimorchiatori. Quando i tedeschi giunsero in banchina con le cariche esplosive non poterono fare altro che constatare l’affondamento della flotta e proseguire la fuga. Chi meglio di Tito Neri, professionista dei recuperi poteva permettersi una simile mossa? Infatti, al passaggio degli americani, in breve tempo riportò in superficie i suoi mezzi navali. Nonostante questo i danni e le perdite erano state ingenti, tanto da costringere Tito a a chiamare a raccolta i suoi cinque figli: Corrado, Costante, Piero, Luigi ed Oreste e comunicare loro: “Ragazzi, da domani si ricomincia tutto daccapo”.

Con il passare degli anni la sua modestia e la sua disinteressata generosità lo fanno ben presto diventare un punto di riferimento per la città, che lo “elegge” ad arbitro indiscusso di tutte le controversie nate all’interno del porto di Livorno.

A costo di rischiare il fallimento dell’intera Società, Tito Neri non lasciava mai niente di incompiuto. E’ il caso della nave da carico di bandiera inglese “Pelayo”. Nel 1957 l’unità, lunga circa 100 metri, in condizioni di tempo cattivo urtò contro una diga foranea di Livorno e invece di fermarsi proseguì la sua corsa alla deriva, affondando fuori dal porto e capovolgendosi di novanta gradi. Riportarla a galla sembrava un’impresa impossibile, ma non per Tito Neri, che aveva fatto di quel recupero una questione di orgoglio e di principio. Con i mezzi moderni tutto avrebbe potuto risolversi in breve tempo, ma all’epoca il pontone più potente era in grado di effettuare sollevamenti solo fino a 100 tonnellate. Dopo 20 giorni di continua lotta contro la furia del mare, aiutandosi con 8 pontoni, tre rimorchiatori e due chiatte, la nave fu raddrizzata. Ora bisognava sollevarla, ma tutti sconsigliavano a Tito Neri di proseguire, considerando il “Pelayo” praticamente perduto. Come racconta l’architetto navale Pierluigi Pacini, ex dirigente alla Fincantieri e collaboratore dei Neri dal 1950 nonchè memoria storica dei più importanti salvataggi, “…furono chiesti in prestito alla Marina Militare dei serbatoi del diametro di tre metri per dieci metri di lunghezza, da assicurare attorno alle fiancate della nave. Alcuni palombari realizzarono dei tunnel sommersi per fare passare dei cavi di acciaio da parte a parte del “Pelayo”, ai quali vennero poi agganciati i serbatoi. Sembrava tutto pronto” , continua Pacini, “ quando una violenta libecciata si abbattè su relitto. I serbatoi cominciarono a sbattere violentemente contro le fiancate. La nave fu trascinata via dalla sua posizione di oltre 150 metri. Terminata la tempesta, si era ancora al punto di partenza.”Chiunque avrebbe desistito, ma non Tito Neri, che proseguì la sfida ben deciso a vincerla. Furono staccati i serbatoi e alcuni maestri d’ascia livornesi costruirono pannelli di legno di nove metri per otto , per tamponare le falle. Nei mesi successivi Neri avrebbe speso centinaia di milioni per quel recupero, al grido di “ quella nave deve uscire, costi quel che costi”. Dopo quasi un anno il “Pelayo” tornò a galleggiare e una volta riparato potè riprendere il mare. In quell’occasione alcuni giornali parlarono addirittura di “miracolo”.

Nei primi anni Sessanta fu recuperato l’”Elbano Primo” , un ex mezzo da sbarco americano trasformato in traghetto per il trasporto di auto e camion fra l’Italia e la Sardegna. Durante una notte di tempesta andò a incagliarsi su uno scoglio di granito a Olbia, nei pressi del porto. Per non colare a picco raggiunse un basso fondale e li si arenò. I Neri fecero intervenire un pontone, all’epoca impegnato nella costruzione del porto di Arbatax, e sbarcarono uno ad uno i camion presenti a bordo. La falla fu tamponata con cemento e con alcune paratie in legno di quercia dello spessore di 10 centimetri, posate sullo scafo e assicurate strettamente dall’interno. Dopo 40 giorni di intenso lavoro anche questo recupero si concluse positivamente.

(continua a leggere sul sito di Neri Group)

51 - Ultimo inutile e lungo giorno, tra taxi ed aeroporti (venerdi 13 gennaio)

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Preparare la valigia, mettere in tasca l'essenziale, uscire alle 8... obiettivo Meatpacking District.
Vado verso Ovest, lungo la 14esima e incoccio la High Line, una ex ferrovia che un gruppo di presumo snob di queste parti ha desiderato preservare dalla demolizione, facendone un parco sopraelevato di un miglio e mezzo. Fatevi conto la Tangenziale a Roma, quella che passava sotto casa di Fantozzi, trasformata in un giardinetto chic. Certo, il gelo non fa bene alle piante e agli sterpi secchi che il ritorno alla wild life impone, pero' tutto ha un suo senso, anche la tramontana che spira gelida ma assolata e che 5 minuti dopo si trasforma in grecale perfido con nevischio. Percorro le mie 1,5 miglia, poi scendo, risalgo per una inedita 9th Av, attraversando Chelsea e fermandomi per un doveroso uovo e salsiccia. Ho una scadenza, alle 11: devo lasciare la stanza, altrimenti mi scadono i codici per aprire la porta, pago una multa, mi bacchettano anche un po' le mani, dicono nelle House Rules. Avere una scadenza mi secca, non ci sono abituato e cosi' proseguendo verso Sud arrivo a Meatpacking, almeno credo perche' da qualche parte leggo Old Greenwich Village e il dubbio sopraggiunge. Un po' mi perdo quando leggo 3rd Street.. ho paura di far tardi, poi mi sbrigo, ritrovo la 14th e alle 11 meno un quarto sono a casa. In una logistica completamente sbagliata, salgo le valige al deposito bagagli. Avrei potuto farlo alle 8 di stamane, forse.
Riesco, devo fare un ultimo acquisto, un Galaxy da regalare. Il benchmarking di questi giorni ha premiato il pakistano Dyal che me lo dava a 450$ vs 499 di Best Buy e di quello davanti alla Public Library. Solo che Dyal e' un sola: prima mi chiede 499, poi a magazzino ha solo il modello 64 Gigabyte e arriverebbe in 1h, allora lo sfanculo sereno. Best Buy ha solo il modello wifi. Verizon solo quello lockato. Sto per rinunciare, sono quasi le 12, ora programmata per partire. Poi mi viene una idea, prendo i bagagli, fermo un taxi, gli dico di andare a JFK con stop al negozio davanti alla Public Library.
Solo che trovo il tassista scemo, dannata liberalizzazione. Non capisce dove devo andare, che devo fare, non sa dove fermarsi. Peggio per lui, mi faccio lasciare al negozio e basta. Arranco con i bagagli fino al pakistano che aveva il Galaxy a 499, ma, ovviamente, l'ha finito. Ok, a St Martin l'ho pagato 599 ma almeno me l'hanno dato! Manco m'incazzo, esco, prendo un taxi di un indiano sveglio, mi dice subito il prezzo, 45 plus tolls. Dice che impieghera' 45 minuti, io avevo allocato 2h per sicurezza, va bene, mi annoiero' in aeroporto e pazienza.
Poi ne impiega una ventina al massimo, risultato: sono in aeroporto 5h prima e il checkin e' chiuso, vedo nel deserto arrivare 2 signorine vestite di un turchese improbabile, montarsi letteralmente la postazione, i nastri della coda, i cartelli della compagnia. Aprono alle 14, intanto mi consigliano le macchinette automatiche. In effetti mi scelgo il posto e stampo la carta d'imbarco... E poi vado di sotto a mangiare, cercando un wifi aperto che la turchese mi dice esistere, ma che non trovo assolutamente.
Torno su a lasciare il bagaglio, ora c'e' coda, anche perche' e' ancora chiuso. L'onnipresente skeci, lo skate nella pronuncia brasiliana, mi viene concesso in cabina, e cosi' me lo trascino dietro nelle restanti ore, dove svolgo un assiduo benchmarking tra venditori di cuscini a palline (salvo poi scordarmi di prenderlo, comprarlo a caro prezzo dentro e osservare con disappunto i cuscini Air Lingus, sostanzialmente uguali), compro un paio di regali e finisco commosso il libro di Ambrosoli. Poi m'imbarco, dal finger scatto l'ultima istantanea di questo viaggio al tramonto americano. Una roscia figa si presenta come la mia flight-mate: poteva andare peggio (a me, a lei non credo, l'Angus De Luxe di Mac Donalds era pieno di cipolla). Sorpresa: il volo dura 5 ore o poco piu'. Manco spengono le luci. Il lato negativo e' che dormo zero. Atterro alle 5 meno 5, in anticipo. Air Lingus s'e' rivelata la migliore compagnia finora: puntuale, efficiente, flessibile. Temevo pasti a pagamento e severita' con i bagagli e invece ho portato lo skate a bordo e mangiato come al solito. Lo scalo a Dublino e' perfetto nei tempi, sul volo per Roma dormo fino alle Alpi, bellissime e innevate. Atterro in orario, sono veloci alla dogana ed ai bagagli, esco e risento l'odore di casa mia, quell'umido non freddo di Roma e di Fiumicino che mi era passato di mente.

50 - The MET (giovedi 12 gennaio)

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In treno riflettevo. 15 dollari e rotti per mezzora di treno. Puntuale, pulito, per carita'. Ma da noi che accadrebbe? BTW la single ride in metro costa 2,50$. Il dollaro e' sottovalutato rispetto all'euro, ma i prezzi qui sono saliti. E allora mi chiedo: che sto dicendo? Boh. Oggi mi sveglio e piove forte. Aspetto l'alba, poi mi amminchio a organizzare la partenza di domani per Roma. Air Lingus, simpaticamente, mi prega di presentarmi 3 ore e mezzo prima, piu' 2 h di auto, piu un'ora di margine-traffico, sono praticamente gia' in ritardo... Provo a vedere con il treno, il sito MTA sul Galaxy si impunta che sto per lanciarlo via come un freesbee, per fortuna c'e' il pc. In treno dovrei impiegare solo un'ora, potrei uscire alla una. Vedremo.
Affronto la pioggia, e' una vera tempesta, per fortuna di vento piu' che di acqua. E' impossibile usare l'ombrello: bene, che tanto non cell'ho. Obbiettivo: fare 200 metri verso la metro di Union Square, per andare a vedere il Metropolitan Museum, che penso di aver sempre saltato. C'e' il clima giusto, oggi, per un po' di mumme.
Esco dalla verde sulla 77, cammino ad occhio fino alla 82, su Lexington Av. Poi attraverso Park Avenue, all'angolo c'e' questo Nectar of 82th che sembra una frociata pero' potrebbe soddisfare il mio desiderio per una colazione Eggs & Sausage, come diceva Tom Waits. Poi chiedo anche un cappuccino e mi arriva in una tazza Illy ed e' pure buono. Per queste strade, poca gente, sembra una zona ricca-residenziale, abbastanza inutile. Poi dipende da che cerchi: un negozio a 5 vetrine vendeva abbigliamento per cani, roba che non trovi mica a Porta Portese.
Il Metropolitan non costa nulla, pero' ci sono i botteghini ad ogni ingresso e delle offerte consigliate, che per me ammontano a 25 euro, i quali scucio doverosamente, sempre chiedendomi quando mai arriveremo a questa civilta' fatta di gesti semplici. Mi sciroppo egizi, romani, bizantini, moderni, spade e armature, contemporanei o morti da poco. Le sale sono di per se un motivo di visita, per gli allestimenti e la varieta'. Ignoro il secondo piano e verso ora di pranzo esco. Pioviggina. Costeggio il Central Park verso Sud, a tratti entro, gli scoiattoli equivalgono ai nostri gatti per numero e agilita'.
Penso di prendere la metro, poi scendo le street cosi' velocemente che perdo sempre la fermata e allora decido che va bene cosi, vado a piedi. Arrivato alla 32, ho fame, sono le due e mezza. Non voglio arrendermi al primo posto a caso. Illuminazione: prendo il galaxy, apro la guida trip advisor scaricata al giorno 1 e scelgo il primo della lista, fatta su vicinanza e giudizio della crowd. Capito al Blarney Rock Pub, 5 stelle, un vero pub da uomini veri, dove mangio l'immancabile burger&fries in compagnia di alcuni dei Sopranos.
Dopo pranzo continuo a scendere, ogni tanto mi infilo in qualche negozio. The Container e' geniale: all'armadio alla scatola alla cassettiera, passando per stampelle, appendini e bottiglie. Un negozio "di scopo", che incrocia Ikea, Buffetti e i casalinghi chic. Arrivo a casa verso le 5, sono cotto e dormirei, per svegliarmi penso all'una, non posso! Mi perdo su internet, verso le sei riesco ad uscire, obiettivo la zona Sud, Greenwich, Soho, Tribeca. Passeggio a lungo. Soho e Greenwich sono dei grandi Borgopio, mi sento a casa (a proposito, il palazzo di casa mia e' di 3 piani, penso l'unico a NY). Tribeca non la capisco, giro intorno ma trovo tutto molto buio e spento, forse stavo da un'altra parte? (no, stava scritto Tribeca ovunque). A Mercer street c'e' un negozio enorme di abbigliamento, skate (e fin qui) e surf. Resto abbacinato, ma esco senza aver fatto altri danni. S'e' fatta una certa. Non adoro cenare da solo, ma ancor meno svegliarmi in piena notte affamato. Mi infilo da West 3rd Common, faccio ancora a tempo per dichiararla happy hour. Ci sono tipo 3 o 4 compleanni di sgallettate, ma per fortuna anche un wifi aperto e un servizio veloce. Mangio nachos e leggo spiegoni de Il Post. Il famoso discorso di Brecht sul difendere le minoranze, non e' di Brecht. Gli archivi della Stasi ricostruiti da un software apposito. Roba interessantissima, mentre i compleanni debordano verso il mio tavolo. Per fortuna tutto e' molto veloce, libero il posto e consento volume aggiuntivo alla cicciona accanto per un altro par di birre.

49 - The Contempo Design Studios, New York (mercoledi 11 gennaio)

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Le istruzioni di Szilvia sono perfette. Il 59 di 5th Av. esiste e ha la porta a vetri con il tastierino fuori. Compongo il numero, ora ho 10 secondi per tirarmi dentro e passare la seconda porta prima che si blocchi. Trascino 20 kg di borsa, 3 di skate e lo zaino da 10 su per le scale e ce la faccio. Salgo le scalette di legno, scricchiolano. In cima alla rampa, a sinistra dovrebbe esserci la mia stanza. Eccola, c'e' scritto "Francesco" sopra, che care. Altro codice. Funziona. Apro. La luce e' accesa, la temperatura molto piu' alta che a Saint Martin a mezzogiorno, la stanza fichissima. Qualche elemento originale, lasciato cosi' com'e', tipo il camino di ferro, il calorifero gigante di ghisa, il parquet chiaro di listine piccine, originale e un po' vissuto, insieme ad un ceffone in faccia di moderno: un tappeto rosso peloso, profili stilizzati di donna alle pareti, lettone in diagonale, cucina Ikea e sgabelli di design. Bello, bravi e in fondo era una delle stanze piu' economiche.
Istruzioni chiarissime e, importante, la password wifi in fondo. Mi connetto, giro un po' di siti, a mezzanotte spengo la luce, a mezzanotte e mezza spengo il termosifone, all'una tolgo la coperta.
Mi sveglio presto, come al solito. Tra le facilities ho una cucina completa, the, caffe', bollitore e poi pentole e stoviglie.
Bollo un caffè, che pero' risulta non troppo solubile. Ripiego sul the. Avvio il pc, scarico la posta dell'ufficio, riemerge qualche dubbio su cosa faro' in futuro, chiudo subito.
Provo la sim card Exaccta, e' una autentica sola, non s'aggancia a nessuna rete, sara' scaduta o chissa' cosa. Non ho tempo neanche d'incazzarmi, faccio un writeoff di 20$ e passo oltre.
Provo a fare la collezione delle medicine che mi hanno chiesto di prendere, sono diverse mail e il galaxy non mi supporta il copia&incolla. Chiedo aiuto a Google, poi ho una illuminazione e uso carta&penna. Funziona al primo colpo. Manco di una guida di NY e nel frattempo sono le 9, salgo su a fare check-in e poi mi avventuro in citta'.
Ho discusso con Tiger ore ed ore, mentre cercava di convincermi ad accompagnarlo a Cabarete, perche' invece preferivo NY. Tralasciando l'assurdo che lui sosteneva che qui non ci fosse nulla di interessante, ora mi appare evidente che non sono riuscito a esprimere cosa mi piace. E non lo so tuttora, so solo che mi chiudo il portoncino di vetro alle spalle, esco sulla Quinta strada, comincio a camminare e rido, rido da solo, riempiendomi gli occhi della gente, dei palazzi, dei marciapiedi larghi, delle vetrine e delle insegne. Rido per l'inglese che sento (e capisco) dagli operai che ristrutturano un palazzo, da quelli che parlano al telefono camminando. Rido per i banchetti per strada, che vendano frutta, fiori o puzzolentissimi panini. E cammino, vado verso Sud, poi prendo Broadway, poi torno indietro, faccio colazione da Starbucks, mi infilo da Barnes & Nobles per prendere una guida, sfoglio NY for dummies e scopro che non andavo verso Sud ma verso Nord, chissa' com'e' che ero sicuro del contrario. Prendo le medicine richieste, poi torno in hotel e scarico i pacchi. Consulto la guida. Vorrei vedere The High Line e Meatpack, la statua della liberta' e il Metropolitan non li ho mai fatti, poi un giretto tra Soho e Nolita. Vedremo. Intanto, oggi devo prendere il treno da Grand Central per andare a Dobbs Ferry da Claudia. Decido di andarci a piedi, pensando che chissa' quanto sia lontana. Invece, dalla 12esima alla 42 e' un attimo, o almeno il tempo mi passa, entrando nei negozi, comprando un hamburger, chiedendo prezzi qua e la' del mio Galaxy (qui avrei speso molto meno, a St Martin avevo capito dopo che avrei dovuto trattare). Arrivo a Grand Central verso le 14, cerco un bagno, e' bellissima questa stazione. Bella e piena di negozi, cibo, servizi. Perdo la testa all'Apple Store, faccio l'amore per mezzora con l'Air, poi decido che ci sono mille buone ragioni per non prenderlo: poca memoria, un uso piu' stanziale ora che ho il tablet, sarebbe immiserito da una tastiera esterna e un monitor separato. Ok, non ti prendo, ma mi sei piaciuto tanto.
Compro una bottiglia per i miei ospiti e mi avvio in treno.
La linea segue l'Hudson, in 30 minuti sono in un borgo incantato, fatto di strade pulite, colline, boschetti, scuolabus obbligatori (che altrimenti si crea traffico), cervi in giardino e garages a due piazze. Claudia e' sempre uguale, anche dopo 4 figli, la casa e' grande, accogliente e calda. Un camino al centro del grande ambiente che unisce ingresso, sala da pranzo e salone, da cui si accede al giardino, che e' quasi un parco. Sono felice di vedere lei e Matthew cosi' regolari, come sono sempre stati e di conoscere le due gemelle, ipnotizzate dalla mia estranea presenza. Prendo il treno diretto a Sud alle nove e mezza, mi accompagna Matthew. "Non scendere fino alla fine!" mi urla mentre torna a casa. Devo essere proprio l'amico scemo e in effetti mi sento tale, dopo aver dormito poco stanotte ed aver bevuto vino rosso dopo due mesi.

48 - Sonesta Maho Beach Resort (martedi 10 gennaio)

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I dintorni di questa mia residenza provvisoria e inaspettata offrono: spiaggia degli aerei (Maho Beach) e circostanti baretti, negozi duty free, casino' e intrattenimenti per adulti (immagino luoghi dove si possa discutere in pace di politica). La serata mi vede dunque arrendere al wifi a pagamento dell'hotel: 16 dollari per un giorno e non e' nemmeno chiaro se intendano 24 ore filate o fino alla mezzanotte, 'sti stronzi di gestori. Il giorno dopo mi sveglio alle 5, alle 7 vado a correre lungo la pista dell'aeroporto fino a che si puo', verso Sud Est, poi torno indietro e costeggio il lato Nord, spiagge e campi da golf, mica male... Pero' i programmi di giornata (spiaggia piu' shopping, piu' pennica pomeridiana e serata in parapendio) si infrangono con la pianificazione assurda e paraventa della United Airlines: pick up in albergo alle 10,30, partenza prevista 15,25. 5 ore in aeroporto, solo per farci lasciare la stanza presto, suppongo. Ma non e' solo questo: il transfer non c'e' e dobbiamo pagarci un taxi, non mi danno lo stesso volo, ma un US airways con scalo a Charlotte, ritiro del bagaglio e dogana e reimbarco su volo Continental (la compagnia originale). Devo ripagare 25$ per il bagaglio e farmi dare il rimborso da Continental, che ovviamente mi rimanda al customer care su internet. Con tutta la comprensione possibile per una situazione imprevista, devo dire che avrebbero potuto far davvero di meglio. In altre parole, sono parecchio incazzato, sopratutto arrivero' alle 23 a Newark, sempre che non perda la coincidenza e sicuramente dopo aver ripagato per il bagaglio qua e' la'.
Quindi: Continental e US Airways=bullshit. Mi fanno compagnia alcuni tipi umani con i quali oramai ho fatto amicizia, la nera enorme che ieri protestava con una voce che sembrava avere l'altoparlante e ora e' gentile e delicata; la coppia di biondi pallidi e gentili, americani; la mamma ben tenuta in minigonna, stivali, figlia decenne al seguito ed un uomo che giurerei non e' il padre, francesi; papa', mamma giovani con le due figlie sgallettate del locale di Anguilla, newyorchesi; l'uomo piccolo e gentile, in camicia e cinta altissima di Gucci, sardo di Cagliari, che gli ho detto: ma che ce sei venuto affa', che qui l'acqua e' torbida?
Intanto US airways perlomeno ci fa salire in aeroplano, direi anche in orario. Alla fine, va tutto liscio. A Charlotte facciamo una mezzora di fila in dogana, il solito rude approccio, impronte, fotografia, e subito dopo sei in America, quella dove tutto e' facile, americano tra gli americani, la bionda del controllo bagagli non ti fa i raggi x perche' le sei simpatico, ti immagini, subito dopo puoi fare il drop della valigia, gia' registrata per la destinazione finale, sorpresa! e avviarti al tuo gate, che e' l'ultimo di lettera e l'ultimo di numero, che vorresti metter giu' lo skate e sfrecciare sul marmo liscio, il miglior fondo possibile, ma non lo fai, anche se sei in America, dove e' tutto facile finche' righi dritto, tutti danno informazioni e aiutano e cosi' sia. In volo ho comprato una sim card, una di quelle internazionali, no roaming, che mi sfugge come funzionino, per ora infatti mi da solo SOS e domani capiremo. Ora mi godo lo skyline di Manhattan dal taxi, che paghera' Continental, mi illudo.

47 - Check out (lunedi 9 gennaio)

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Oyster Pond e' un grazioso porticciolo, colmo di barche Sunsail e Moorings ai pontili di legno e alla boa. Scendo a terra, chiedo, niente Wifi gratis. C'e' un ben posizionato Dinghy Dock Bar, proprio sulla banchina, che gia' alle 18,30 ospita una mini rock-band che spinge pezzi classici a buon volume. Mi fa impazzire questa cosa degli americani, dove noi abbiamo l'orchestrina triste o lo zingaro con la chitarra, loro hanno un gruppo che fa ottimo rock. Mi siederei, ma cerco ancora un wifi. Mi imbatto in un albergo, chiedo, pago 5$ e ottengo la password. Rispondo ad alcune e-mail, nessuna risposta dall'ESTA, speriamo bene.
Esco, trovo il Puma e Tiger. Non c'e' verso di deviarlo dal ristorante sulla banchina verso il mio baretto rock. Eta' media 72 anni. Camerieri serissimi. Tovaglie bianche e lume di candela. Pianola Bontempi anni 60 con uno sfigato che abbozza Cielito Lindo, Volare ed altri pregevoli successi del secolo scorso. Qualcuno prende un Mahi Mahi, no salt, no oil, grilled, only lime, no vegetables, only salad and mashed potatoes. "L'unico pesce al 100% cigutera free. Perche' anche nel tonno c'e' mercurio". Poi assaggia e come al solito dice che fa schifo. Ci leviamo da questo posto assurdo, ovviamente di la' la band ha finito, sono le 10 e questi staranno gia' a nanna o in dolce compagnia, genialita' degli orari anglosassoni. Torno all'hotel, leggo della Roma che non ho potuto vedere e del ritorno al go' del Capitano, bene, vado a dormire sereno.
Al mattino ci svegliamo presto, operosi come non mai. La base Sunsail e' gentile ed efficiente. Il check out e' ad opera del gentile vagabondo dei mari che ci ha dato una mano ad ormeggiare ieri, armatore di un cat fatto di due giunche indocinesi unite da un ponte colmo di vasi di odori e padre di due gemelli - neonati - imbragati alla paziente madre. Sunsail e' attrezzata per sdoganare la barca in ingresso, ci portiamo dietro una copia del foglio just in case di problemi ad uscire in aeroporto.
Il taxi e' puntuale, attraversiamo la parte francese dell'isola, molto carina e piacevole, poi entriamo nel bordello olandese, traffico e centri commerciali. Si sono venduti l'isola, sembrerebbe, mentre il lato francese merita. Ripassiamo davanti Simpson Bay, nostra casa per una notte, poi un velo di tristezza mi attraversa quando vedo il Princess Juliana international Airport, acronimo PJIA (pero' non dice dove, immagino NDERQ, visto che vado via).
Check in tutto ok, a parte che mi scuciono 25$ per il bagaglio imbarcato.
Ho 3 ore circa di attesa, per fortuna c'e' una buona connessione wifi. Scrivo a Claudia che non puo' contare sul telefono per il nostro appuntamento di domani, estraggo il pin della carta di credito dalla mia rubrica outlook, che assieme ad alcuni numeri importanti sono volati in acqua assieme al Blackberry. Cambio degli euro in dollari, anche qui il mio bancomat non funziona.
Ritroviamo Tiger, che poveraccio ha il volo ritardato di 3 ore, salta anche il suo trasfer in Piper a Porto Plata. Poi saluto tutti, sono le 13,30 ed il mio volo e' dato "boarding". Boarding un par di ciufoli, dopo un'ora mi fanno cambiare gate, scendo di sotto e ritrovo il Puma, in partenza alle 17 per Parigi e Tiger, ancora a terra. Scattiamo una foto insieme, poi Tiger si imbarca, il mio ritarda ancora. L'altoparlante dice qualcosa che non comprendo e tutti si fiondano al gate. Ammazza st'americani che se inventano pe' imbarcasse pe' primi e pijasse er giornale, penso. Invece, no, e' che hanno cancellato il volo e la gente e' inviperita, chi aveva coincidenze, chi urgenza... Il piano e' che ritireremo il bagaglio, ci porteranno in hotel, dove avremo cena e colazione e domani ci scodelleranno in aeroporto con il voucher per il pranzo.
Io tutto sommato ho meno problemi degli altri, mi rimetto le flip flop e la maglietta, mi siedo sullo skate e mando qualche mail per avvertire. Un giorno in meno a NY, uno in piu' a SXM... Faro' shopping o un bagno in piu'...
L'albergo e' il Sonesta Beach Resort di Maho beach, il destino mi ha riportato nella spiaggia dell'ultimo giorno della crociera nelle BVI del 2003. La stessa che indicavo al Puma, quella dove gli aerei ti atterrano in testa. Bellissima, anche se distrutta da, appunto, alberghi come il mio. Esco, cerco una connessione internet che ci sarebbe pure ma non je la fa, vai a trovare un indirizzo ip da assegnarmi in mezzo a questa folla di gente che si fa un aperitivo? Il miraggio delle reti aperte muore per troppo successo. Cosi' mi bevo una Corona al baretto a destra (la caipirinha non sanno cosa sia) e mi siedo al Sunrise beach bar per il wifi gratis che non arriva. Un altoparlante e' collegato con le comunicazioni della torre. Faccio in tempo a vedere il volo Air France del Puma che decolla, ma non atterraggi, peccato.

46 - Little Bay - Anguilla (domenica 8 gennaio)

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A parte la disavventura del telefono e l'esosa tassa di ingresso, Anguilla mi piace. Sono questi i Caraibi che volevo, spiaggia, baretti, gente rilassata, musica. Niente resort sul mare come ad Antigua, niente spiagge deserte come Barbuda, niente consumismo occidentale come a St. Martin o lusso come a St. Barth. A sera, scendiamo con il tender al molo apposito. E' molto alto, segno di grandi risacche. Jonas e' il primo posto, quello con il wifi rubato al vicino. Mai fermarsi alla prima osteria. Camminiamo sulla sabbia. C'e' un cocktail bar molto chic, poi La Dolce Vita, ristorante italiano. Poi un locale vuotino e infine un internet cafe', Roy. Geni, danno anche la corrente. Qui riesco finalmente a bere un buon Margarita e a veder funzionare il mio nuovo tablet, bello e veloce. Annuncio per la seconda volta di essere irreperibile, giro qualche sito, alla fine avevo solo la solita irresistibile voglia di perdere tempo su internet. Andiamo verso Janus, ma a quest'ora e' vuoto in modo sospetto... Torniamo da Roy anche per cena, il mahi mahi al limone quest'oggi non e' perfetto o forse non lo e' il suo degustatore che ha sempre paura di essere avvelenato e lo lascia.
E' quasi luna piena, ultima sera in rada per noi. Inseguiamo la musica fino ad un locale all'altra estremita' della spiaggia. Dj, maxischermo con partita di football, due ciccione americane al bar, qualche scuro, pista vuota. Non si puo' restare. Sulla via del ritorno, vengo folgorato dal classico suono di una batteria dal vivo. Come diceva decenni fa il mio amico Mario, la batteria dal vivo ha un suono che nessun impianto di alta fedelta' puo' riprodurre. Inseguiamo musica e luci fin sulla strada, la Road di Road bay, dove sorge il Pumphouse. Una capanna di legno con il tetto spiovente, la band rasta in fondo, il bar a sinistra. La musica e' ritmata, secca e perfetta, il cantante salmodia lunghe improvvisazioni e pezzi noti, ma piu' spesso le prime. E' bravo, intonato e ispirato. Ma la cosa che ci colpisce e' la gente. C'e' la bionda fatale, che a vederla meglio e' troppo alta, troppo secca, troppo curva e troppo rifatta per non essere un travestito. C'e' la coppia di inglesi pensionati che ci ha consigliato di andare a cena da Roy. Una famigliola, con una figlia carina. Un vagone di sgallettate americane, con qualche boy, la coppia di giovani Wasp, lei racchietta ma di gran classe, molti scuri di ogni eta'. Tutto sembra ruotare intorno a questo vecchio seduto al bar. Capelli bianchi lunghi, occhiali, panama, calzoni bianchi e camicia blu, 70 anni mal portati tra Marlboro e alcol, una zoccola age' al suo fianco, ricciolona, in canotta e tettone. Tutti passano e lo salutano, lui biascica qualcosa, per noi inintellegibile, ma a volte interviene la zoccolona a tradurre. E' proprietario di un ristorante qui ed uno in America, mi aiuta la tipa. "Come talk to my friend, he's a good person", mi costringe ad avvicinarmi agli scatarri di questo Heminguay de noantri. Non capisco una fava, la zoccola dice che mi sta dicendo di andare domani in Chiesa. In effetti e' domenica, ma rispondo "I don't prey too much" e faccio sbellicare il donnone, ho fatto una conquista. Tiger gode come un pazzo e mi mette sempre piu' in mezzo, scattando foto compromettenti. Poi viene puntata il Puma, in imbarazzo come me.
Alla fine il locale si riempie, ma forse per non essere scortesi con questo che non capiamo e che vorrebbe offrirci da bere, preferiamo uscire, al termine dell'ultima infinita litania reggae della band.
C'e' appena il tempo di un rum sulla rete. Poi crollo, e' l'una passata.
Al mattino, il programma e' di fare un bagno qui ad Anguilla, poi provare a far dogana in ingresso a St. Martin nella baia di Marigot, quindi raggiungere Oyster Pond, sempre a St. Martin lato francese per ormeggiare la barca e preparaci al check out di domani alle 9.
Troviamo Little Bay, 2 miglia piu' ad Est, la caletta piu' bella e mediterranea fin qui. Roccia e grotte, spiaggietta in fondo, acqua turchese. Solo la vegetazione ricorda che siamo ai Caraibi.
Verso le 12 partiamo a vela, mollando il gavitello con il fiocco a collo. Tiger da qualche giorno passa decine di minuti al telefono con Bianca, della quale sara' ospite a Cabarete, cercando di convincerla ad organizzargli il transfer da Santo Domingo con un piper. "Sai, in taxi sono 3 ore...". Quindi affittare un piper si che e' la soluzione, specie se convinci qualcuno a farlo per te.
Calo la lenza, abbocca un piccolo allitterato, che libero subito. Poi un altro pesce da porzione, argenteo con dorso colorato, libero anche questo. Il marlin non arrivera', per quest'anno.
A Marigot troviamo la dogana chiusa, il gelato esaurito e una zampa di una poltrona che fa amicizia col mignolo nudo del piede di Tiger e che ha richiesto i 5 soliti minuti di ipocondria, cassetta del pronto soccorso e cure dal Puma. Commosso da tanta attenzione, ma conscio che siamo in ritardo, tolgo ancora e da solo metto prua su Oyster Pond. La parte francese e' decisamente meno sputtanata da costruzioni a 10 piani e navi da crociera, vediamo alcune cale non male e una bella vegetazione nella parte Nord dell'isola.
Ad Est, il mare rompe sui bassifondi di corallo. Navighiamo su 10-20 mt di acqua, con qualche patema. L'ingresso e' descritto come uno dei piu' difficili dei Caraibi, perche' il mare rompe e si deve serpenteggiare tra due bassifondi. Non vediamo la boa verde, per me anche sti cazzi, dato che tra GPS, foto del portolano, pianetto del porto, tutto mi sembra sufficientemente chiaro. Invece a forza di amminchiarsi a cercarla quasi rischiavamo di finire sul corallo sottovento. Ma va tutto bene, bravi. Entriamo. Benzinaio chiuso, Sunsail chiuso, sono le 17,15, tardi. 4 boe a paletto che delimitano la corsia dei ferry ci generano una qualche empasse, poi ormeggiamo da soli, all'inglese, dietro altri cata Sunsail. E cominciamo mestamente a fare le valige.
Smonto il portacanna, gesto che segna sempre la fine della mia crociera, tanto che ci penso anche mentre li lego, all'inizio... "quando slegherai questo nodo, la vacanza sara' finita...". Imballo tutto, e scendo alla ricerca di un wifi.